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— Voi siete molto pallida, mia cara ragazza — disse Mrs. Evelyne quando la vide comparire al mattino seguente — ma permettete che ve lo dica: quel pallore e quell'aria truce da giustiziera vi danno un fascino irresistibile. Ah! se fossi nata uomo non so quali follie avrei commesse in vostro onore! (questo insieme all'altro «voi non sembrate nè meno italiana» erano le due supreme espressioni di lode che Mrs. Evelyne rivolgeva a Nadina — ambedue non bene accolte). Se non vi dispiace, affrettatevi. Ho dato appuntamento alle undici da Pasquin. (Si trattava di uno sfarzosissimo abito in grande scollato che Mrs. Evelyne aveva commesso per una serata di gran ricevimento in casa di una famiglia americana).
Nadina era ben pallida! E in verità solo al mattino aveva velato le pupille. Un senso di nausea avea tenuto agitate le belle membra per tutta la notte tra le insonni coltri. Nausea non per le imagini impure viste la sera. «Impure?» parevano domandare brutalmente gli occhi grifagni dell'uomo, «ma a quale altro ufficio vi ha consacrate Natura quando rivestì di tanto fascino e di tanta bianchezza, di tanta deità le carni miserabili destinate — ultimo tributo fatale — alla terra?»
Miserabili ipocrisie!
Nausea materiale piuttosto, nausea strana di quella vita artificiosa in cui da mesi era trascinata, nausea presso a poco consimile a quella provocata dai cibi che le erano ammaniti sulle splendenti mense, cibi irriconoscibili, disfatti, putrefatti in salse eccitanti, che lasciavano inerte il dente e lo stomaco: nausea per quegli uomini tuffati, sommersi in una gelatina di convenzioni, di cerimonie, di lascivia insieme, senza mai uno scoppio di passione, senza che un grido d'amore redimesse o compensasse quel orribile, nauseabondo, continuo «quanto valete?».
Nausea sopratutto di sè, che pur ripudiando tutto il suo passato di semplicità, di modestia e di lavoro, non avea il coraggio di tuffarsi nel vortice di quella vita che da mesi e mesi le faceva irresistibile invito: nausea del languore e del torpore che la possedeva come un lento e voluttuoso narcotico.
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Nadina era abituata a far la mula del medico durante le lunghe attese ne' gran magazzini di mode, e talvolta attendendo o rispondendo distrattamente alle domande di Mrs. Evelyne, che la consultava sulla scelta de' colori e degli ornamenti degli abiti, scorreva quel suo piccolo Petrarca. Erano le melodiose dolci parole italiche come un richiamo, come un'evocazione che le risvegliava, per effetto dei suoni, il pensiero, l'anima, il colore e il paesaggio d'Italia. Oh, quale voce di inesausta trionfale passione si sprigionava dal riposato, mortificato e sacro verso d'amore di quell'antico e meraviglioso poeta!
Ma Nadina in quel luminoso mattino, mentre il sole faceva scintillare tutte le meraviglie lucenti e preziose, e gli specchi di una riposta saletta di prova, sedeva inerte ed attonita, senza più pensiero.
Venne la commessa che depose sul tavolo la gran veste, con il rispetto degli arredi sacri. Le sete, le trine, i merletti risuonarono nel posare come metalli preziosi.