Aveva visto sè trasfigurata, rinnovata, rinata nella grande specchiera, più grande e, più che bella, terribile quasi in quel grande scollato, con quell'enorme strascico che la ingigantiva sollevandola quasi, come sopra un altare. Un sorriso le germogliava sul labbro.
Sorrideva, dunque!
Era l'anima nuova, di dentro, che rideva: era la calma per l'equilibrio che si veniva alfine formando tra questa anima nuova e il mondo circostante: era il piacere per la fine dell'angoscioso dissidio che durava da mesi: era il bagliore del suo nudo seno, proteso allo specchio, che le ricordava le carni ignude della sera prima, premiate dal mondo con una cappa di diamanti: era la fine della dolorosa coscienza antica, il principio della coscienza nuova. Era il piacere del rinascere!
Mrs. Evelyne, l'esperta, aveva ragione: occorreva a Nadina una vesta nuova, un nuovo involucro! E Mrs. Evelyne spiava intanto con occhio attento il succedersi di quei sentimenti sul volto della fanciulla, come il medico scruta nell'ammalato gli effetti del male. Quando il sorriso apparve spiegato, disse:
— Quest'abito è per voi, Nadina! — giacchè quel sorriso voleva altresì significare come risposta anticipata all'offerta: «sì, grazie, signora, accetto».
***
Ma questa risposta non venne!
Uno strano cambiamento avvenne:
Un — No! — di paura e di angoscia risuonò nella saletta di prova.
E gli specchi rifletterono quell'angoscia e quella paura: e gli specchi rifletterono le due commesse che accorrevano pronte a difendere la meravigliosa veste perchè le mani di Nadina non la sgualcissero. Con mani febbricitanti, convulse, cercava di togliersela di dosso.