Lo seguii tuttavia.
Andava a capo chino, avvilito. Le automòbili erano partite. I fiaccherai non degnàvano di offrire la loro vettura al soldato troppo in brandelli.
Due o tre lùridi ragazzacci, qualche megera si offriva per indicargli una bèttola, un luogo dove riposare.
Ma lui faceva gesti larghi di rifiuto e diceva: — Mafisch!
Si fermò ad una porticina dove era scritto: Trattoria. Esitò, ed infine entrò. Entrai anch'io.
Era già mezzodì: la trattoria con tante tàvole strette, con tutte le tovàglie vinose, era stipata di avventori: odori di pesce fritto, di ragù, di gente in màniche di camìcia. Ma i camerieri èrano in frac perchè quella città è l'Ostenda d'Itàlia.
Trovammo un po' di posto presso una tàvola dove sedèvano due preti.
Ci fùrono finalmente messi innanzi tovaglioli con impronte di altre bocche, pane e vino; poi il cameriere recitò la lista delle vivande nel più orrìbile gergone poliglotto: «maccheroni al graten, patate mascè, entrecôts, guylasch», perchè oltre che di Ostenda, quella città sa un po' di ungherese, d'estate.
— Presto, militare, perchè c'è molta gente da servire.
Venne portato non so quale cibreo, ed il militare mangiava lento e svogliato in tristezza di cuore.