Invece io per effetto di quella casetta sono inscritto fra i proprietari del mondo. Ma noi non siamo proprietari di nulla!
Ma pensare che bizzarra cosa! Fino a un certo tempo della vita noi lavoriamo per legarci alla vita, fabbrichiamo case, compriamo terre, piantiamo àlberi, piantiamo figliuoli, e con che entusiasmo! Si crede nella glòria, nella làmpada della vita; v'è chi crede nella civiltà, nella filosofia e in altri zuccherini della ragione. Poi viene un momento che desideriamo di èssere slegati. Allora si comprende, e ci si meravìglia. Ma, dunque, noi possedevamo un'enorme provvista di volontà di vìvere! Dove era questa volontà occulta? Per fortuna che questo desidèrio di èssere slegati dalla vita viene a pochi, se no sarebbe un affare sèrio, anche per il fisco. Tutti andremmo dietro a Cristo.
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Mi era grave, per tutti questi motivi, ritornare alla casetta di Bellària. Eppure era necessàrio. D'altra parte in quella città non volevo rimanere.
Ecco: andremo a Bellària lentamente, con un lungo giro. Andrò prima a San Màuro che è la pàtria di Giovanni Pàscoli, tanto più che io ho un dèbito da assòlvere con lui. E in secondo luogo, il dottor Grigioni, che è mèdico condotto di San Màuro, mi aveva più volte fatto invito per lèttera di andarlo a trovare e visitare una sua raccolta di cose del Pàscoli. «Un uomo che ha raccolto con amore le cose del pòvero Pàscoli, deve èssere necessariamente un uomo fornito di quella gràzia (mi pare che si chiàmino gràzie i doni di Dio), che è la bontà.» Così dicevo fra me, perchè di persona non conoscevo il dottor Grigioni «E come mèdico, certamente deve èssere un filòsofo: ma filòsofo di quella filosofia che non muta come quella delle scuole; perchè fondata sull'uomo, che non muta. Sarà un dottore venerando con una bella barba bianca.»
Pòvero Pàscoli! Io volevo — come ho detto — andare in peregrinàggio a San Màuro per còmpiere un'òpera di riparazione verso lui, morto, di certi pensieri che di lui ebbi quando era vivo. Negli ùltimi tempi che egli fu in vita, la sua voce lamentosa di fraternità e di pace non la potevo più sentire. Mi pareva un mendicante che domandasse agli uòmini quello che essi non pòssono dare: l'amore e la pietà. Anche quella sua religione per gli ùmili non mi piaceva: «Sì, Pàscoli, regala il pane bianco e gratùito! Dopo lo butteranno via e domanderanno le tartine». È sconfortante, lo so: ma è così. E anche non mi piaceva nel Pàscoli quel suo portare i fiori del sentimento al socialismo. «Il socialismo — io diceva — è quello che è; e se è, è perchè oggi ci deve èssere; ma dei tuoi fiori devoti non sa che fàrsene».
«Giovanni Pàscoli — io dicea anche — non far la capinera, che alleva le ova del cuculo; perchè quando il cuculino è cresciuto appena, butta giù dal nido tutte le capinerine.
«Tu ben ti intendi di uccellini, Giovanni Pàscoli! Il cuculino non lo fa per cattivèria, oh no! È l'istinto. Ha fatto così, e farà sempre così!»
Ma lui era sincero come un morente che dice ai viventi: «Amàtevi, andate d'accordo, non fàtevi del male, aiutàtevi l'un l'altro». E quando nelle sue ùltime poesie cantò cose eròiche e la Pàtria, sì, anche allora era sincero, e l'eco della sua arpa era ben grande! Ma forse egli ne aveva sgomento, perchè, allora, anche la guerra.... La guerra sempre? e la notte si doveva bàttere il petto come il Petrarca quando gli si affacciava la magnificenza carnale di madonna Làura; se non che Pàscoli non possedeva Dio a cui domandare mercè.
Ma come spesso mi avviene, io ragionavo per passione. Giovanni Pàscoli era come un vero santo, il quale voleva tutto il bene, perchè aveva conosciuto tutto il male; e di questa santità la sua poesia portava le divine stigmate, come ebbi documento il giorno che egli morì.