Dunque andammo. E Iris ed Eros saltellàvano davanti a me.
I calzolai del borgo, col deschetto fuori, battèvano il cuoio su la pietra: un fornàio sfornava il pane, il pane a crocette caro al pòvero Pàscoli: più lontano, in mezzo alla via, uòmini e donne circondàvano una di quelle zingaresche pesciaiuole di Bellària; la quale si stava appollaiata, alta, su le coffe del pesce, in vetta al suo baroccino sgangherato. Giovanìssima ella era; ma garriva che facèssero presto, garriva con violenza, perchè il pesce si corrompe col sole. «E vi do, oggi, o pòpolo, da mangiare per niente!» dicea. Bene gli uòmini le gettàvano parole salaci. Ma ella teneva fronte a quei motti, e pur non cessava dal contare il rame ed il nichel su le pìccole palme, limate dall'acqua del mare. — Va là, Marcòn! — disse quand'ebbe finito: e lanciò la sua rozza, disperata lei e la rozza, pel lungo viàggio nell'arsa campagna.
«Poeta! che cosa suona poeta e casa del poeta fra questa gente?» dicevo fra me.
L'ombra del fiaccheraio, allora, mi si appressò.
— Se lei — disse delicatamente, e con bel garbo — se lei si ferma molto per i suoi affari....
— Vi ho già detto che non ho affari....
— Insomma, per quello che ha da fare. Non vòglio sapere i suoi interessi....
— Ebbene?
— Stacco la bèstia, e lei mi trova qui all'osteria. Mangio un pezzo di pane....
— E pigliate un altro aperitivo, — dissi. — Va bene. Ed ecco il franco per l'aperitivo e pel pane. È questo che volevate dire?