Nel silènzio, nel sole, nel caldo chiuso della sala del Consìglio, dominava un immenso ingrandimento fotogràfico, già sbiadito, grande come mezza parete, con una sfacciata cornice dorata: Giovanni Pàscoli in toga ed ermellino: i suoi pòveri baffi càdono giù, la sua stanca persona cade giù. Come è melancònico Pàscoli in veste accadèmica!
Io volevo uscire, all'aperto; e lui, il dottore, voleva che almeno vedessi una cosa che giudicava di un certo interesse. Mi parve scortesia rifiutare e rimasi.
Nel museo c'era ben poco: in uno scaffale le òpere del Pàscoli, rilegate, allineate, poi una cuna o lettuccio di legno, la vècchia zana romagnola dove stèttero i figli dell'assassinato: poi dentro un'altra vetrina una leccarda dell'arrosto, un caldanino di còccio e fiorami, una màglia di lana non finita, coi ferri dentro.
Il dottore cercava entro una grossa busta fra molte carte.
Quel caldanino, quella leccarda, quella cuna, che ora sono lì nella morte, un tempo fùrono nella vita. Casa di Ruggero Pàscoli; mensa familiare, ùmile santa mensa fiorita di tanti bambini; mensa tepente odorosa; parva domus, nido sospeso; primavera anche nell'inverno! E Cristo veniva a quella mensa. Poi una schioppettata, e Gesù Cristo non potè difèndere.
Mi tornàvano a mente le parole di Monaldo Leopardi: la spezzata corona delle giòvani olive, che èrano allegrezza e decoro della paterna mensa.
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— Usciamo, caro dottore.
Egli cercava ancora.
— Ma che cerca?