Ella mi voleva presentare alla sua compagnia, ma la pregai di dispensarmi.

— Cosa credete di farmi un onore presentàndomi come letterato, un letterato vostro amico? Voi vi sbagliate.

Dopo di che lei tornò al suo tàvolo, fra la sua compagnia. Io assaggiai di nuovo il gelato ed anche il mio cuore. Qualche pulsazione irregolare e nulla più. Ma probabilmente esse provenìvano dallo stupore di sentirmi ancora chiamare col sèmplice mio nome di battèsimo, e così dolcemente. Ohimè, è da due anni che il mio nome di battèsimo io non lo sento più ripètere; e, forse, non sarà più ripetuto.

E sollevando ogni tanto gli occhi, vedevo, presso il tàvolo di fronte, il visetto di Mimì: esso sorgeva da una collarina bianca, sopra una sèmplice veste nera; ed una cuffietta moderna lo incorniciava con molta gràzia. Quel visetto era, o mi pareva, press'a poco uguale come l'ùltima volta che lo aveva veduto, molti anni fa. È colei Mimì, o è l'ombra di Mimì? E se è lei, che cosa vorrà da me? Pensare che per molti anni il ricordo di Mimì mi diede palpitazioni violente. Ora tutto era quieto.

*

Non c'è dùbbio, pensavo al mattino seguente vestèndomi, che l'indivìduo che è riflesso in questo spècchio, è la continuazione di me stesso, cioè di un ùnico indivìduo, vivente ora e vissuto anche molti anni addietro. Eppure io sono un pìccolo cimitero.... in attività di servìzio. La pìccola Mimì giaceva in una delle arche del mio cuore: io la credevo ben morta. Essa è risuscitata, perchè è un fatto che la donna la quale ieri sera mi salutò così dolcemente per nome, è proprio Mimì.

Pensare tanti anni fa, quando io avevo vent'anni! Io ero òrfano di babbo, e vivevo così poveramente che spesso era necessàrio saltare la colazione; la mia pòvera mamma, i miei fratelli piccini.... Ebbene, io volevo sposarla, Mimì, sposarla col sìndaco, col prete, col còdice, con tutti i più lùgubri utensili del matrimònio.

Questa cosa, a pensarci bene, depone in favore della mia precoce imbecillità, ma può èssere istruttiva, e perciò parlo di me. Io esprimevo tutto il mio amore decretando di fare kara-kiri. Non potendo farle omàggio di una collana di brillanti, le facevo omàggio di me stesso, mi immergevo nel ventre il jatagan del matrimònio; mi sposavo, in una parola, e tutto ciò con la impassibilità con cui i Samurai fanno kara-kiri in onore del loro Mikado. Certo non dissi allora: «Mimì, io fàccio kara-kiri per te!» perchè queste cose avvenìvano molti anni prima della guerra russo-giapponese, e il Giappone non era molto conosciuto. Ma dissi a Mimì: «Ti sposo!» cioè ti faccio omàggio di me stesso. È un modo di manifestare l'amore sui venti anni, e ciò è accaduto anche a persone meno imbecillite di me.

Senonchè Mimì rimase così turbata di trovarsi coinvolta in un fatto di tanta gravità, che rifiutò. Un'onesta fanciulla, in fondo: una onesta, una non comune fanciulla.

Ella era, allora, una pìccola pàllida sartina, precoce, venuta al mondo con due enormi tondi occhi colmi di curiosità, un nasetto impertinente, belle labbra sane a cuore, e gusti eccezionali. Le compagne la chiamàvano marchesa Stracciolini. Ah, se io, a quegli anni, avessi fatto qualche scàndalo, Mimì mi cadeva bell'e cotta sul piatto. Ma io ero un sàggio giovanetto e le offrivo il matrimònio.