Però che màggio allora in Bologna! Tutte le sue torri èrano rosse, tutte sventolàvano orifiammi e gonfaloni; ed i versi di Guido bolognese (si spiegàvano allora in iscuola) dove dice di madonna Lucia che portava così bene in testa un cappellino di vajo:
Chi vedesse Lucia un var cappuzzo
In co' portare, e come le sta gente,
mi dàvano la nostalgia dell'amore in tutti i sècoli. Mimì portava un berrettino di lapin bianco! Come le stava gentilmente tuttavia! Mimì a me pareva come la regina di Bologna, e il visetto suo bianco mi pareva dealbato col misterioso issopo. Era forse un po' di volgare paciulì. Quella Mimì bolognese che sapeva di paciulì! Ella non era nè più nè meno di tante altre; eppure io non la potei più scompagnare da quella cosa innebriante che è la giovinezza.
Poi ella si diede all'arte drammàtica; reginetta di palcoscènico; giacchè era pur destino che ella finisse regina di qualche cosa: io diventai travet, e poi andai a far kara-kiri altrove.
Ma confessiàmoci senza vergogna: quante volte di poi, fra la gente, cercai quel pìccolo volto stellante ed il cuore balzò ogni volta che scoprii un nasetto all'insù fra due occhi tondi, che rassomigliàssero a lei. Quante volte mi aggirai per le tue vie più vècchie, o Bologna; e nel lamento dei tuoi organetti, nella fisonomia dei tuoi pòrtici, nel suono del tuo dialetto, cercai l'ombra di un sogno. Ohimè, le tue torri èrano diventate tutte grige, non c'èrano più gonfaloni; il tuo dialetto già così soave al mio cuore, mi suonava come uno sguaiato dialetto; i tuoi orbini che suonàno gli organetti, èrano lùridi; le tue pastine dolci (una cosa che Mimì accettava) sapèvano al mio palato di melassa e di stucchèvole vanìglia, come quel gelato della sera prima.
«Tuttavia converrà andare — pensavo —, giacchè ho promesso. Ma quale che sia la cagione perchè tu hai bisogno di me, non mi offrirai mica un bàcio, Mimì! nè io lo offrirò a te. Due mezzi sècoli, quasi, che si bàciano. Oibò.»
E così andando verso la casa di lei, e passando per la vècchia via delle Belle Arti, mi sorprese quella rovina superba che è il palazzo cinquecentesco dei Bentivòglio. Uno sgretolato sedile marmòreo corre in basso. Sostai come ad un misterioso richiamo; guardai in su le due file delle finestre, fatte per una dimora di re, adesso senza più imposte, vuote come occhiàie di un morto; poi ancora mi fissai a guardare il sedile giù in basso. Mi si disegnò nella mente il ricordo di una gèlida notte di febbraio. Avevo ottenuto il favore di accompagnare Mimì al veglione del Comunale. Le carni di lei tremàvano pel freddo e per l'ira della lunga lite che era avvenuta fra noi, mentre ella si abbigliava. Ci fermammo — ben ricordo — lì: cioè io, dopo lungo silènzio, arrestai il passo di lei saltellante, lì, a quell'àngolo deserto e buio del palazzo Bentivòglio.
— Tu non ballerai con....
— Io ballerò con chi mi pare.