— Io ti strozzerò.

— Va ben là! chè non hai il coràggio. Allacciàtemi piuttosto la scarpetta.

Tutta eròica (ah, è il vero!), era Mimì; e le sue scarpette, anche. Allora non usàvano le American shoes da trenta lire il paio,[2] che ogni modesta ragazza possiede ai dì nostri. Eròiche, vagabonde scarpette! Ma a fùria d'ago, di copale, e di due gran nastri, reggèvano alteramente alle profonde ferite.

Ora, in quel luminoso mattino di lùglio io ero fermo ancora lì, davanti al palazzo Bentivòglio; ed ho riveduto me stesso, tanti anni fa, in quella notte, che, invece di strozzare Mimì, le allacciava fremendo i lunghi nastri delle eròiche scarpette.

Capìtolo VII.
CHE COSA VOLEVA MIMÌ.

Mimì abitava ancora il vècchio appartamento della sua vècchia madre, in una casa diroccata, che dovette èssere un antico monastero. Ma salendo le scale, un lezzo di stantio mi si avventava alle nari. «In verità — pensai — questo nauseabondo fortore era, forse, preesistente. Ma chi se ne accorgeva allora? Era tutto paciulì.»

Riconobbi ancora l'antica porta, l'antico cordone del campanello.

Mimì venne ad aprire in fresco àbito da mattina, visetto incipriato, riccioletti attorno alla fronte: gioiosamente. Mi introdusse in una stanzetta, che guarda sui tetti: era ancora l'ùmile stanzetta con il pìccolo lettùccio da ragazza.

Ma le memòrie del teatro e della vita sua errante; cose bizzarre, ritratti, fiori, libri, avèvano finito per coprire le pareti e i mòbili. Il cristallo della toilette era ingombro di tutte quelle delicate suppellèttili che sèguono la donna come gli zeri alla destra di una cifra.