Brisighella: siamo già in pianura: pochi chilometri ancora, e poi Faenza.
Sopra Brisighella in cima a tre collinette si sono rifugiati una torre merlata con l'orològio, una chiesina, un minùscolo castello: un, due e tre, su le tre collinette. Una fila di cipressetti li congiunge, che pare un ricamo nel cielo.
Quelle tre cosine salùtano sempre i treni che pàssano.
Faenza! Ecco noi siamo arrivati in Romagna, e per l'appunto in quella città che fu chiamata l'Atene delle Romagne, in quei tempi in cui con molta facilità si concedèvano queste onorificenze di Grècia e di Roma. I superiori che allora comandàvano in Itàlia, trovàvano, anzi, questi balocchi molto ùtili.
Scendo dal treno. È l'ora del vèspero. Due, tre, parècchie donne pedàlano ardite e un po' scomposte, sul largo piazzale della stazione.
Oh! Romagna, dolce paese democràtico!
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Oh, Romagna, generosa Romagna, forte ed ospitale Romagna! Io non dico di no. Ma dal tempo in cui l'Ipèrbole mi ha privato del benefìcio della sua protezione, io non godo più la giòia di questi attributi alla forte Romagna. Io non ammiro più le vostre risolute bestèmmie; io non poso più volentieri le labbra sul vostro ospitale bicchiere. Quanto alla democrazia, è un altro affare. Nel tempo che vissi in Romagna, fui molto avvilito a sentirmi sempre interpellare con un: «Puvrèin!». Poverino, qua; poverino, là! Lo dicèvano per modo di dire, e gentilmente; e certo bene considerando, tutti noi siamo poverini. Sarà democràtico quel «poverino», ma è seccante. E poi perchè ai cavadenti di piazza, ai tenori, ai ricchi proprietari di cavalli non dìcono puvrèin?
Ma il vero è che io quella sera non avendo aspetto nè di cavadenti, nè di tenore, nè di proprietàrio di cavalli; e d'altra parte ricordèvole di quell'esasperante puvrèin, era molto incerto sul modo di entrare in città, e presentarmi ad un albergo.
Ora capisco tutta la tua intuitiva saggezza, egrègio giòvane della ditta Darük und Sohn, che mi offristi così ùtili, benchè tardivi precetti, nella gita Bologna-Scaricalàsino!