Dunque esìstono ancora gli Èlleni?
Dunque non è vero che i Greci sìano «briganti assai», come scriveva Monaldo padre per calmare i furori eròici del figlio Giàcomo? Dunque la Grècia non è morta? Botzaris dice di no. Tanto mèglio! Ma chi ne sa nulla? Spesso basta un uomo o una leggenda a far grande un pòpolo.
Ma le grandi Nazioni, i grandi potentati, che da anni ed anni, a fior di labbro soffiàvano per spègnere il focolare balcànico, sono un poco sorpresi del vasto braciere suscitato laggiù. Se quelle alte fiamme si appiccàssero alle vesti delle magnìfiche Potenze?
La mia supposizione non è verosìmile. Prima di tutto i re delle grandi Potenze si incòntrano ogni tanto, e quando si sono incontrati, bèvono lo champagne e dìcono: Hoch! Zìvio! Hurrah! Evviva! Si congràtulano della loro rispettiva salute e di quella dei loro pòpoli, e poi comùnicano ai pòpoli questo messàggio che col patrocìnio dell'Onnipotente la pace è assicurata. In secondo luogo, e a mia memòria, i ciambellani dei re dìcono ai pòpoli: l'accordo è perfetto. E allora speriamo bene!
V'è chi trova che il sistema dei re è molto costoso, e un po' fuori di moda. Ma tutto è costoso! Anche la Giustìzia è costosa, eppure è necessària; non perchè essa possa fare giustìzia, ma per rèndere meno intolleràbile l'Ingiustìzia. E così si può dire dei re. Essi — come dice San Paolo — sono la Provvidenza dei pòpoli. Il perìcolo che presèntano i re è forse questo, che uno di essi vòglia ròmpere tutte le altre teste coronate dei cugini re, e assicurare così la pace senza l'aiuto dell'Onnipotente. Aboliamo allora i re. Ma chi garantisce che i pòpoli si vògliano bene? I pòpoli si àmano o sono, come la matèria, repellenti?
Io non ne so nulla: io amo i pòpoli con lo stesso amore con cui amo i re.
Non so perchè, a questo punto, vidi davanti a me, ròseo, beato, in toga càndida, seduto su la sèdia d'avòrio, Cèsare Augusto imperator romano. Le sue chiome stillàvano ambròsia come quelle di Giove, con la mano pontificale segnava l'amministrazione del mondo.
A quanti re e cugini aveva egli rotta la testa? per quanto sangue era passato prima di ridurre il mondo in somma pace, e sedersi lui in pace su la sèdia d'avòrio? Ma ora Augusto non portava più corazza insanguinata, ma un càndido manto; non più elmo, ma una corona di alloro. Un bel sorriso ornava la maestà del suo volto, e diceva: «Guerre non più! Caso mai si farà la guerra per la conservazione della pace: guai anzi a chi disturberà la maestà della pace romana! Noi d'ora in avanti coltiveremo le lèttere, le arti e le scienze, e decoreremo il mondo di bellìssime istituzioni».
E presso di Augusto imperatore sedeva un giovanetto, càndido e gentile; un poeta di nome Virgìlio; il quale gli traducea con infinita dolcezza le spaventose guerre, òrrida bella, dell'impero, cominciando dal sàvio Enea che venne da Troia, su su, sino al tempo nel quale lui, Cèsare Augusto, si chiamava semplicemente Ottaviano.
Augusto ascoltava con molto compiacimento il poeta, tanto più che la stòria del come aveva fatto per diventare Augusto, domandava non pochi abbellimenti poètici. Ma ad un tratto Augusto balzò su la sèdia di avòrio: un dispàccio gli era venuto che gli annunciava come i soldati romani messi a guàrdia della pace, èrano stati dal tedesco Armìnio tagliati a pezzi dalla guerra. E da allora, per altri tre sècoli, l'impero dovette far la guerra per conservare la pace.