— Cognosso, son sta anca mi a Firenze. Ma a Firenze i vende soltanto tripa de bo: qui, a Venèzia, se vende carnami e tripa d'ogni sorte, e de tute le bèstie, piègore, montoni. Ma gran pulizia! — e così dicendo prese il forchettone e si apprestò a fornirmi una lezione di anatomia.
— Questo coso bianco, longo, per esèmpio, xe....
Basta, basta, eloquente e dotto trippàio! Come tutto è melancònico e tràgico anche sotto l'ùtile funzione di offrire da mangiare al pròssimo per quattro soldi di trippa!
Le pècore, i plàcidi buoi, i montoni, pascenti in divina pace pel verde Appennino, queste cose certo non sanno.
Capìtolo XVI.
PAX TIBI, MARCE, EVANGELISTA MEUS.
Sono sboccato — dopo lunghìssimo giro — in Merceria. V'è del pulvìscolo d'oro nelle Mercerie; le vetrine abbàgliano: merletti, filigrane, vetri di Murano. Ma è tutto un incrociarsi di voci tedesche: è una carovana di genti tedesche; essa risale, io scendo. Si sòffoca.
Ecco infine: piazza San Marco. È un barbàglio di sole: la laguna, come una lama immota, barbàglia anche lei.
Il campanile nuovo, biancastro, sembra che guardi con occhi di albino. Sull'àngolo della Scala dei Giganti, i sòliti tedeschi ed inglesi, col sòlito naso in su. I sòliti piccioni svolàzzano: vanno a salutare i signori stranieri e ne ricèvono il becchime; si compòrtano con contegno tanto gli stranieri come i piccioni.
Però mi sono antipàtici quei troppo ben pasciuti piccioni che bèzzicano la limòsina da tutti! Sono conosciuti anche in Germània i piccioni di San Marco ed hanno già il nome germànico: die Sanct-Markustauben!