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È accaduta una cosa strana: sopra la torretta dell'orològio, i due neri giganti di bronzo che bàttono le ore, le mezze ore col lungo martello, si sono mossi, ed hanno battuto le ore e le ore si sono mosse. Facèvano pure così molti anni addietro, quando ero in collègio a Venèzia e allora mi fermavo a guardare i due giganti e le ore che andàvano via e dicevo: «Come è bello!». Non è dùbbio che per tutto questo tempo i giganti hanno seguitato a bàttere le ore, così: il loro martello si sposta e si muove appena, ma adesso io sento che l'eco della campana si dilata, è immenso: le mie orècchie hanno udito parole profonde, nere, piene di paure. Ma due amanti, lui un giovanottone tedesco, lei una cosina gràcile, sospesa a quel suo màschio, guardàvano in su come me, vicino a me, e non hanno udito niente.... Lui gode a guardare in su, col pìccolo naso e le grandi lenti: lei dice: «schön! bello!» come dicevo io da bambino.
I giganti sono tornati nella loro immobilità. I due innamorati tedeschi vanno a dare il grano ai piccioni.
Doveva èssere più bella Venèzia una volta, quando l'Adriàtico rigònfio e forte, pareva tener lui sollevate queste moli ricamate di marmi, e c'èrano le galee d'oro: Venèzia al tempo di Pietro Aretino, ma senza questi pennacchietti tirolesi.
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Mi sono fermato davanti a quella tomba che è sul lato orientale di San Marco, su la quale sta scritto: Daniele Manìn, e null'altro.
Passa una popolana con due bimbi. I bimbi si fèrmano: — Mama, chi xelo Daniele Manìn?
— Quello che ga difeso Venèzia nel Quarantoto. Andemo putei, no fermeve, no perdè tempo.
E poco dopo una voce suonò dietro le mie spalle: — Daniele Manèn?
— Daniele Manèn? — rispose un'altra voce, ma pareva interrogare la prima voce: «l'hai tu conosciuto?».