CAPITOLO XVIII. Gioachino Rossini e l'Opera italiana del secolo XIX.
La storia della musica ci insegna quale importanza ed influsso possa esercitare l'epoca in cui nacque il musicista sulla sua opera, e non soltanto per quel che riguarda la parte materiale, cioè l'arte per sè stessa nei suoi mezzi, ma anche sulla sostanza dell'opera d'arte stessa. Il compositore, quando rare volte non precede col suo genio i tempi, è lo specchio fedele di questi e gli avvenimenti esteriori politici e l'indirizzo del pensiero informano il suo sentimento estetico e le sue idee, dando loro un consimile obbiettivo.
Questa verità indiscutibile la vediamo di nuovo avverarsi in Rossini. Come Cherubini col suo Portatore d'acqua esprime le idee di libertà ed è in quest'opera il musicista della Rivoluzione, come Spontini incarna l'epoca Napoleonica imperiale, così Rossini è l'autore dell'epoca della Ristorazione. I popoli erano stanchi di guerre, di battaglie, di stragi che gravavano su loro come un incubo; essi aspiravano alla pace e agli ozi di questa; i loro orecchi non volevano più udire canzoni guerriere e bellicose, ma melodie insinuanti e dolci, che facessero loro dimenticare gli orrori passati, canzoni che li cullassero nel piacere disusato della quiete, della vita agiata e pacifica. Rossini era l'uomo capace di appagare questi desideri. Le sue melodie fluivano limpide, chiare, ammalianti, nè avevano altro scopo che quello di piacere per sè stesse. Esse mancavano alle volte bensì di verità e forza drammatica, a loro mancava spesso la caratteristica, ma a tutto ciò supplivano l'ispirazione e la varietà inesauribile e con esse le voci dei celebri cantanti del tempo trovavano ampio campo di farsi ammirare, perchè il maestro conosceva a fondo il meccanismo e le prerogative della voce umana. Ed appunto per ciò, quando i tempi cambiarono e la campana della rivoluzione di nuovo battè a stormo, la stella rossiniana tramontò ed il maestro coll'intuizione del genio presentì i tempi e nel suo canto del cigno, il celebre Tell, si librò su più forti e potenti ali.
Gioachino Rossini (nato ai 29 febbraio 1792 a Pesaro, morto ai 13 novembre 1868 a Passy presso Parigi) fu scolaro di Mattei in Bologna. Le opere di Haydn e Mozart ebbero un grande influsso sul suo genio, e specialmente da quest'ultimo egli molto apprese. Dopo alcune opere buffe di poca importanza, il suo Tancredi (1813) lo fece d'un tratto celebre e festeggiato. E infatti quest'opera, per quanto essa a noi appaia debole ed ineguale, pei suoi tempi segnava un grande progresso. Per capir ciò basta confrontarla colle opere dell'epoca. Paesiello e Cimarosa erano quasi dimenticati e non si eseguivano che opere di forme tradizionali e stereotipe di Simone Mayr, Ferdinando Paer ed altri maestri di secondo rango. Le melodie di Rossini scorrevano più limpide ed ispirate, il recitativo era più declamato e meno monotono, una leggiera tinta di malinconia prestava loro maggior attrazione, i ritmi erano più vari e vivaci, i pezzi d'assieme come pure l'orchestra, avevano maggiore importanza ed una sana sensualità informava tutta l'opera e le dava un che di giovanile e cavalleresco. Ma il Tancredi conteneva altresì i difetti dello stile di Rossini, non però del Rossini del Barbiere e del Tell, quali la mancanza di caratteristica e verità drammatica, la discordanza fra testo e musica, la predilezione della forma per la forma senza intendimenti alti.
Al Tancredi seguirono moltissime opere più o meno felici, ineguali in valore, ispirate e geniali in qualche parte, trascurate ed insignificanti in altre. Fra queste più note sono l'Italiana in Algeri (1814), Otello (1816), opera che nel terzo atto contiene le più felici ispirazioni di Rossini e palesa di quanta verità egli fosse capace; Cenerentola, Gazza ladra, Semiramide, le Siège de Corinthe, Mosè, Conte Ory. Ma se in queste opere è il Rossini tipico che ci si presenta e si ripete, in una, per non parlare del Tell che sta da sè, nel Barbiere di Siviglia (Roma, 1816) abbiamo il capolavoro di getto, l'opera perfetta indistruttibile e resistente ad ogni cambiar di gusto, in cui all'eterna freschezza, all'ispirazione, al realismo sano, alla comicità che mai arriva al grottesco, ed alla festività ilare e gioconda sono pari la verità e la caratteristica, il sentimento drammatico, la ricchezza delle tinte e dei ritmi, dei particolari e la cesellatura del lavoro. E quando si pensa che quest'opera, modello del genere, fu scritta in pochissimi giorni, e che Rossini dopo scritto il Tell, a 37 anni, quando gli altri cominciano, si chiuse in silenzio, involontariamente devesi domandare quali capolavori avrebbe potuto il mondo ancora aspettarsi da simile genio.
«Simili uccelli canori come Rossini non ritornano ad ogni primavera ma soltanto ogni secolo. Chi può calcolare quanti milioni di cuori egli ha dilettato da un mezzo secolo sui più diversi punti della terra? La somma darebbe un grande popolo di uomini ilari e sorridenti. Se ai conquistatori ed eroi, che fanno infelici innumerevoli moltitudini, si elevano monumenti ed essi si cantano in epopee, cosa meriterebbe un tale consolatore e spenditore di infinite ore felici? Sommandole ne risulterebbe un'età dell'oro, un'epoca saturnicamente bella dell'umanità, come la sognano i poeti e sopra un simile popolo e regno della felicità riderebbe perenne il sole come nell'Ecco ridente in cielo!» Auree parole del vecchio e fine musicista e critico Maurizio Hauptmann scritte molti anni fa ma che valgono anche oggi come allora.
Fra le poche opere di Rossini non appartenenti al teatro è da nominarsi il suo Stabat Mater opera ispirata ma punto scritta per la chiesa e nello stile ad essa conveniente.
L'entusiasmo che destarono ovunque le opere di Rossini ed il dominio che queste esercitarono sul repertorio di tutti i teatri, quel dominio al quale dovevano cedere e Beethoven e Weber a Vienna, non poterono restare senza conseguenze, e difatti specialmente e principalmente in Italia l'opera rossiniana fu il modello di moltissime opere di altri autori, che del maestro imitavano lo stile, ma erano lontani dall'averne il genio.
Fra questi contemporanei e posteriori a Rossini basterà nominare i principali: Saverio Mercadante (1795-1870) l'autore del Giuramento, opera piena di pregi, che in un certo significato precorse il suo tempo; G. Pacini (1796-1867), il felice autore della Saffo; Generali, Pietro Raimondi, celebre contrappuntista, emulo degli antichi fiamminghi nello sciogliere problemi armonici e contrappuntistici; Nicolò Vaccai, l'autore della Giulietta e Romeo, ancor oggi non del tutto dimenticata; i fratelli Luigi e Federico Ricci, autori dell'opera buffa Crispino e la Comare, piena di brio e festività comica.
Maggiori di tutti questi furono Vincenzo Bellini e Gaetano Donizetti.