Vincenzo Bellini (nato a Catania nel 1801, morto a Parigi nel 1835, allievo del Conservatorio di Napoli) scrisse le sue opere in un'epoca in cui alle speranze della rivoluzione del Luglio 1830 era subentrata la prostrazione dell'insuccesso. La gioventù era caduta in un profondo abbattimento ed in uno stato di apatia, avendo veduto svanire i bei sogni di libertà. La letteratura era dominata dal sentimentalismo, dalla malinconia e dalla nota elegiaca. La natura delicata di Bellini vi inclinava per disposizione e trovava nelle idee del tempo il campo più adattato. In questo riguardo il suo stile differisce da quello di Rossini per quanto ne derivi indirettamente.
Bellini aveva la vena melodica facile, toccante, elegiaca; le sue melodie sono spesse volte ispirate e portano l'impronta del vero genio. Ed esse, piene di sospiri secreti e di molle abbandono hanno il fiato lungo, il disegno perfetto, nè abbisognano di ricche armonie ed accompagnamenti per mostrarci la loro intima bellezza. Ma per la nota predominante egli diviene alle volte monotono, incolore e la sua musica manca spesso d'energia e di forza. Una volta però nella Norma (1832) il suo genio salì alle regioni più alte, un'opera che ad onta di qualche parte debole, puossi mettere fra i capolavori e che contiene pagine di grande espressione, di melodia divina e di verità drammatica. Un gentile idillio è la Sonnambula (1831), ricchissima di ispirazione melodica, bella per naturalezza e semplicità toccante. Nei Puritani (1834), l'ultima sua opera, il contrasto fra il naturale dell'autore e le esigenze della grande opera è evidente, nè egli seppe assimilarsi lo spirito francese come era riuscito a Rossini nel Guglielmo Tell e più tardi a Donizetti nella Favorita.
Molti musicisti moderni parlano oggi non sempre con rispetto di Bellini. Ma per quanto non sia grande la sua sapienza tecnica e molte volte sia trascurata e povera l'istrumentazione, è innegabile che egli cercò sempre nelle sue melodie la verità d'espressione e che egli in questo riguardo ed in qualche recitativo drammatico p. e. nella Norma fu quasi un riformatore.
Dopo la morte di Bellini fu Gaetano Donizetti (nato a Bergamo ai 27 Settembre 1797, morto nel 1848), che colle sue opere dominò per alcuni anni il repertorio lirico. Egli fu certo un genio ma incompleto, perchè quantunque dotato di fantasia ed ispirazione fecondissima, egli non sa esercitare sulla sua opera i criteri d'una critica severa. Accanto a pezzi felicissimi, ad aspirazioni alte e geniali troviamo parti insignificanti e trascurate sicchè fra tutte le sue opere quasi nessuna mostra vera unità di stile e misura delle parti. Il suo stile è per sè eclettico, senza però che la fusione degli elementi sia naturale e spontanea. A lui mancarono i potenti e severi studi, la pazienza e l'accuratezza dell'artista che scrive per l'arte e non pel mestiere. Ma tutti questi difetti non possono farci dimenticare le molteplici doti di Donizetti e quantunque egli in prima linea non sia che un discendente di Rossini, pure in certe parti egli si innalzò alla verità tragica ed espresse con note divine gli affetti umani, come pure ebbe nelle sue composizioni comiche un'estrema leggiadria e delicatezza di espressione.
Donizetti si provò nello stile serio e comico. Fra le sue moltissime opere, le più fortunate sono la Lucia di Lammermoor, Lucrezia Borgia, l'Elisir d'amore, Don Pasquale, la Figlia del Reggimento, la Favorita.
Le opere di Donizetti vanno ormai scomparendo dal repertorio ad eccezione di quelle buffe. In queste egli si mostra un vero genio ed esse sembrano scritte ieri per l'inesauribile vena melodica, la freschezza dei ritmi, la naturalezza e quel fare gioviale tutto proprio dell'opera buffa italiana. Quantunque tanto l'Elisir che il Don Pasquale non raggiungano il Barbiere, essi sono due gioielli ed anche le parti più deboli sono meno sensibili nell'ambiente modesto che nelle opere serie. Strano è pure che anche i momenti di vero lirismo abbiano un carattere di maggior verità nelle opere comiche che nelle serie. Le quali ci sembrano oggi monotone e pesanti per la forma stereotipa, sicchè sentitane una pare di conoscerle tutte non salvandosi nel mare magno di accordi di tonica e dominante ed in mezzo ai ritmi ed accompagnamenti più vieti che qualche brano di vera ispirazione, qualche sprazzo di vero genio come nella Lucrezia Borgia che è forse la migliore per sentimento e forza drammatica, nella Favorita e qualche altra.
L'epoca di Rossini, Bellini e Donizetti è pure l'epoca dei grandi cantanti. Tutti questi maestri ebbero ad interpreti delle loro opere una coorte di artisti, il nome dei quali vive ancora, e che conservava le purissime tradizioni del bel canto italiano. Era quella l'epoca delle due Grisi, della Persiani, Alboni, di Paolina Viardot-Garcia, della Malibran, Pasta, Jenny Lind, Guglielmina Schroeder-Devrient, d'un Rubini, Lablache, Tamburini, Roger e Nourrit, sommi artisti come oggi pur troppo più non si conoscono, sia perchè il canto non è più oggetto degli studi severi d'una volta, sia perchè i maestri vennero perdendo l'arte in sì sommo grado posseduta dai loro antecessori, di scrivere cioè per la voce umana, sia perchè le nuove esigenze del canto drammatico gli abbiano dato un nuovo indirizzo.
Ben diversa di quella che toccò a Bellini e Donizetti fu la missione di Verdi nel campo dell'opera drammatica. Egli è il rappresentante di tutte le lotte e crisi per le quali ebbe a passare l'opera italiana per liberarsi dalle antiche pastoje del convenzionalismo ed assurgere alla verità drammatica. Questa progressione si riscontra in tutte le sue opere dalla prima all'ultima; ognuna d'esse segna un passo in avanti, una nuova conquista, finchè egli giunge nell'Otello e nel Falstaff alla perfezione. La vecchiaia non ebbe sulla sua opera nessun influsso nocivo ma sembrò anzi purificare la sua meravigliosa facoltà inventiva ed affinarla.
Giuseppe Verdi (nato a Roncole, presso Busseto ai 10 Ottobre 1813, morto a Milano ai 27 Gennaio 1901) va annoverato fra i più grandi compositori drammatici d'ogni tempo. Se egli in gioventù pagò il suo tributo al convenzionalismo e all'effetto, egli mostrò però fin da principio una individualità propria, una fisionomia originale che lo innalza sopra i contemporanei. Quantunque forse non fornito dalla natura della ricchezza melodica di Rossini e Donizetti, le sue melodie hanno un fare franco e largo, una potenza espressiva e caratteristica, che lo designano a compositore drammatico per eccellenza. L'elemento drammatico è perciò la sua dote principale, ed in questo specialmente il patetico, il tragico. Le passioni umane più violente, i contrasti più terribili sono espressi coi mezzi più potenti e vivi della musica. Essa è allora calda, palpitante, commovente, alle volte maschia e fiera, alle volte dolcissima ed elegicamente lirica. I caratteri dei suoi personaggi si staccano dal fondo, agiscono e parlano come veri uomini, non come tipi dell'opera convenzionale. Per raggiungere quell'alta drammaticità egli ha bisogno d'una situazione che lo impressioni nel suo complesso ed egli sa trovare allora coll'istinto e la sicurezza del genio la vera nota senza perdersi in inutili particolari ed analisi come alle volte fa Wagner. Perciò egli non usa anche nelle ultime opere motivi conduttori non volendo far studi di carattere di persone ma farle agire in un ambiente e perchè tutti i sistemi e teorie gli erano alieni. «Io credo all'ispirazione, voi altri alla fattura; ammetto il vostro criterio per discutere ma io voglio l'entusiasmo che a voi manca per sentire e giudicare. Voglio l'arte in qualunquesiasi manifestazione, non l'artifizio, il sistema, che voi preferite».
Nelle prime opere l'ispirazione non è sempre la più scelta e la rappresentazione del sentimento drammatico arriva persino alla brutalità; la sua fantasia col progredire del tempo viene però sempre più purificandosi. Eppure il Verdi del Nabucco, del Rigoletto, della Traviata restò sempre fedele al genio nazionale italiano anche nelle opere posteriori fino all'Otello ed al Falstaff e sono fole il voler trovare nelle sue ultime composizioni l'influenza wagneriana.