Quantunque il dividere l'opera d'un artista in periodi separati non abbia alcun valore e di solito non corrisponda alla verità, pure in Verdi questa divisione e questo aspirare alla perfezione sono sensibilissimi e caratteristici, perchè nessuno potrà mettere in una linea il Nabucco e l'Ernani col Rigoletto e col Ballo in maschera, nè queste opere coll'Aida e l'Otello; quantunque già nelle prime si palesano le principali qualità dell'autore che sono la forza creativa, la chiarezza, il senso del positivo e la intuizione sicura. E, ammirevole e rara cosa, quando Verdi era giunto al limite della vecchiaia, egli ci diede l'Otello, e pochi anni dopo il Falstaff, due capolavori dell'arte drammatica musicale, che basterebbero ad assicurare la palma dell'immortalità e la cui importanza per la musica drammatica italiana è e resterà decisiva, perchè in queste due opere Verdi ha forse stabilito il modello del dramma lirico e della commedia musicale moderna più che Wagner, le cui teorie e principii sono troppo personali e congiunti al suo genio specifico per poter essere abbracciati e messi in pratica da altri. Il pubblico non le ha ancora abbastanza comprese ma non è lontano il giorno, in cui esse se non raggiungeranno la popolarità del Trovatore e Rigoletto saranno almeno giudicate come meritano.
Nell'Otello e nel Falstaff il sentimento e la verità drammatica dominano supremi; la declamazione è perfetta, la musica sottolinea l'azione, l'illustra, la spiega, la completa senza che mai l'ispirazione melodica ne soffra nè la voce umana diventi schiava dell'orchestra. Tutti gli spedienti dell'arte vi sono impiegati senza ostentazione ma naturalmente, approfittandone per creare l'opera d'arte complessa e perfetta. La vena melodica vi scorre spontanea, ricca, inesauribile senza interrompere il filo dell'azione nè far alcuna concessione al gusto del pubblico od ai capricci dei cantanti. I pezzi d'assieme non vi sono punto esclusi ma usati là dove l'azione li richiede e dalla grandiosa disposizione delle parti e dalla perfetta euritmia del tutto nasce il piacere estetico dell'uditore che ne resta conquiso. E quanta distanza ed evoluzione fra l'Aida e l'Otello! Ormai Verdi non si preoccupa più del teatro ma mira dritto alla meta, che è la completa compenetrazione del dramma ed allora la sua musica sa o scatenare tutte le forze prepotenti della natura o descrivere lo strazio della semplice ed incosciente anima d'Otello e farlo tacere nell'immensa e paurosa quiete della morte. Il Falstaff è il retaggio di un genio alla sua nazione, l'opera più veramente italiana e pura del maestro, perchè in essa tutto è perfetto e congruo e vi si aprono nuovi orizzonti all'arte.
La melodia verdiana ha conservato ad onta del grande processo d'evoluzione per il quale essa passò sempre la stessa fisionomia. Alcuni dei suoi tratti caratteristici esterni sono la frequente ripetizione delle note iniziali del tema, una certa rudezza di ritmo ed il fare vibrante ed impulsivo. Essa è di rado sentimentale ma invece quasi sempre appassionata e drammatica. Nelle ultime opere la passione si purifica, perde della sua irruenza ma si approfondisce e diventa più interna. Per comprendere ciò basta confrontare qualche duetto delle prime opere con quello fra Otello e Desdemona del primo atto, una delle concezioni più delicate ed eteree non solo di Verdi ma della musica in genere.
Il carattere essenziale della musica di Verdi è la sincerità. Egli è bensì andato alla scuola di Meyerbeer, ma se da lui ha molto appreso nell'uso sapiente dei mezzi, egli non ne ha imitati i difetti, da noi prima menzionati; egli ha studiato le opere di Wagner, ma esse non hanno potuto influenzare il suo carattere specifico italiano. La musica di Verdi ebbe pure un'importanza politica. Egli è il musicista dell'Italia risorta; le sue ispirazioni espressero più volte il grido di dolore del popolo oppresso dalla dominazione straniera; le sue canzoni infiammarono i giovani cuori ad alte imprese ed in certo riguardo la sua musica contribuì al risorgimento nazionale. «Patriotta egli stesso di fervidi sensi, infuse nelle orchestre tanta energia che parve desse voce all'anima del popolo italiano: poco importava che gli proibissero ora la Battaglia di Legnano ora i Vespri Siciliani e che gli sconciassero i libretti persino nei titoli; quanto le Censure ammettevano era ragione o pretesto a sentire o a manifestare ciò che nel maestro e negli uditori ferveva ed era la loro idea continua e suprema» (G. Mazzoni, l'Ottocento).
Sorto dal popolo Verdi è rimasto come egli stesso scrive «un contadino tagliato giù alla buona». La sua musica fu prima popolaresca e perciò egli è il maestro, che il popolo poteva meglio comprendere. D'Annunzio ebbe una frase felice, quando egli disse che ci nutrimmo di lui come del pane e fu nutrimento semplice ma sano, cresciuto e raccolto dalla zolla materna. Verdi restò fino all'ultimo fedele ai suoi ideali, perchè l'evoluzione che subì la mente di Verdi dopo la lunga pausa di raccoglimento fra il Requiem (1874) e l'Otello, non cambiò punto il carattere essenziale della sua melodia e la maniera di concepire il dramma musicale.
È innegabile che nelle opere di Verdi c'è anche della scoria e molta. Ma forse che non ce n'è nelle opere di Bach, di Mozart e persino di Beethoven? E non bastano la suprema bellezza di molti e molti canti, la loro potenza espressiva, la forza ed irruenza drammatica di intiere scene per farcela dimenticare?
Le sue opere principali sono: Nabucco (1842), Ernani (1844), Macbeth (1847), Luisa Miller (1849), Rigoletto (1851), Trovatore (1853), Traviata (1853), Un Ballo in maschera (1859), La Forza del destino (1862), Don Carlos (1867), Aida (1871), Otello (1887) e Falstaff (1893).
Fra le poche non dedicate al teatro citeremo il suo grandioso Requiem (1874), opera potente per ispirazione, sapienza ed effetto, scritta colla serietà corrispondente all'argomento, quantunque per le sue dimensioni e per lo stile non atta alla chiesa, un quartetto per archi di accuratissima e sapiente fattura, un Pater noster per coro ed un'Ave Maria per voce sola e finalmente i Pezzi sacri (Ave Maria, Le Laudi alla Vergine, Stabat Mater e Te Deum) (1898).
Accanto a questi maestri di primo rango brillarono per alcun tempo altri autori di opere per il teatro, alcune delle quali compaiono ancora quà e là. La loro caratteristica è l'imitazione dello stile di Bellini, Donizetti ed ancor più di Verdi e la mancanza d'una nota veramente personale. A quasi tutti non fa difetto nè facilità di melodia nè una certa padronanza dei mezzi elementari dell'effetto ma tutti peccano di grande superficialità, di mancanza di alti ideali artistici e la loro arte ha l'impronta palese d'una epoca di vera decadenza.
Basterà perciò nominarne alcuni.