Lauro Rossi (1812-1885) scrisse dapprima opere comiche (Il domino nero, La figlia di Figaro, ecc.) per poi dedicarsi con poco successo all'opera seria (Contessa di Mons, Cleopatra). Egli è un vero epigone di poca ispirazione, dotto ma senza originalità.

Antonio Cagnoni (1828-1896) lo supera di gran lunga per la vena melodica e non gli si può certo negare vis comica, unita assai felicemente ad un tenue filo di sentimentalità, che riesce assai simpatico. Don Bucefalo e specialmente Papà Martin sono infinitamente superiori a tante opere comiche moderne.

Ad Errico Petrella (1813-1877) mancarono i forti studi per farne forse un grande maestro. La sua melodia è alle volte bella ed ispirata, ed egli ha il vero istinto del teatro e dell'effetto. Le Precauzioni, la Contessa d'Amalfi e la Jone hanno delle pagine bellissime degne d'un grande musicista.

Giuseppe Apolloni (1821-1889) scrisse l'Ebreo, che non è ancora intieramente dimenticato.

Altri rappresentanti del genere comico sono Nicola de Giosa (1820-1885), Sarria (1836-1883) ed Emilio Usiglio (1841), continuatori dell'antica scuola napolitana. Le Educande di Sorrento di quest'ultimo ebbero ai loro tempi molta e meritata fortuna, mentre le posteriori Donne Curiose si avvicinano all'operetta con tutti i suoi difetti. De Ferrari, Carlo Pedrotti (1818-1893) e Luporini ebbero pure qualche successo nell'opera comica, che ora è in completa decadenza.

Fra le opere serie che nei decenni scorsi più si applaudirono vanno contate: Ruy Blas di Filippo Marchetti (1831-1902), Dolores di Auteri Manzocchi (1845) ed i Goti di Gobatti (1852-1914). Tutti e tre questi autori non mantennero poi quello che da loro si aspettava ed il successo non fu che sporadico e dovuto a qualche spunto felice che si trova nelle loro opere. C. Gomez (1839-1896) brasiliano di nascita, conobbe pure l'effimero successo col Guarany e Salvator Rosa.

Arte ormai di altri tempi è anche quella di Amilcare Ponchielli (1834-1884), l'autore della Gioconda, Promessi sposi, Lituani, Il Figliuol prodigo, Marion Delorme, quantunque la Gioconda si eseguisca in Italia ancora spesso e sempre con successo. Ponchielli è musicista sicuro ma ben di rado veramente originale. La sua musica tentenna fra l'imitazione di Verdi e di Meyerbeer e cerca con ogni mezzo l'effetto. Ad onta di tutto ciò è però innegabile, che nella musica di Ponchielli c'è non solo grande sincerità ma altresì tanto di musicalmente sano che almeno la Gioconda non sarà sì presto dimenticata da un pubblico, che non va tanto pel sottile, benchè altre delle sue opere siano in certo riguardo più pregevoli.

Una posizione eccezionale prende nella musica italiana moderna il Mefistofele di Arrigo Boito (1842). Rappresentato alla Scala nel 1868 senza alcun successo vi ritornò trionfante alcuni anni dopo, quando i tempi s'erano cambiati e la cultura musicale italiana s'era alzata. Pensando al tempo in cui Boito scrisse la sua opera, essa ci appare ancor più ammirabile per l'elevatezza della forma, l'ampiezza della concezione e l'originalità della musica. Bisogna pensare che Verdi era all'epoca del Don Carlos e non aveva ancor scritta l'Aida. La coscienza che le forme tradizionali non bastavano più non esisteva ancora o forse soltanto in qualche anima solitaria ed in realtà si andava avanti un po' seguendo l'antico andazzo, un po' a tentoni, senza veramente saper dove. Melodia, armonia, ritmo, istrumentazione, tutto mostra in quest'opera un'individualità spiccata sempre in cerca di nuovi effetti, che si adattino ai suoi scopi. Boito è un vero poeta non solo nella poesia ma anche nella musica, che è alle volte d'una potenza espressiva e drammatica meravigliosa. E se egli fu uno dei primi a seguire le teorie wagneriane, seppe però sempre conservare l'impronta nazionale. Oggi dopo quasi mezzo secolo il Mefistofele resiste ancora valido alle ingiurie del tempo se non in tutte le sue parti almeno nelle principali, perchè quest'opera che precorse certo i suoi tempi ha il merito della divinazione, la bellezza giovanile che fa dimenticare certe ineguaglianze ed ingenuità ed elementi di arte imperitura (prologo, morte di Margherita, ecc.).

Dopo il Mefistofele il maestro tacque ed invano s'attende il suo Nerone. Ma questo silenzio è senza dubbio di tutt'altra natura di quello di Rossini e forse è da cercare nella severità dell'autocritica e nella difficoltà di trovare il perfetto connubio fra parola e nota e nella profondità e complessione del pensiero dell'artefice incontentabile. Nota è la forte ed ispirata poesia del Nerone e si può essere sicuri, che se l'autore si deciderà a pubblicarne la musica, nata senza dubbio dopo lunghe meditazioni e solo nei momenti di estro, essa sarà degna di un gran maestro, di un uomo austero e semplice, che lavorò e lavora sempre senza alcuna preoccupazione di successo.

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