Più o meno seguaci delle nuove teorie sono pure: Alberico Magnard (1865-1914), Ernest Chausson (1855-1899), Alberto Roussel (1869), Florent Schmit (1870), Deodato de Séverac (1873), mentre Gabriele Faurè (1845) e Gabriele Piernè (1863) sono da annoverarsi fra i conservatori.

Successo quasi pari al Pelleas ebbe l'opera Ariane et Barbebleu (1907) di Paolo Dukas (1865) autore di uno scherzo sinfonico L'apprenti sorcier, pieno di ritmo e calore e di una Sonata per pianoforte, opera seria ma pesante. Dukas è molto più sinfonista di Debussy, molto più chiaro e ritmico e sta con un piede nel wagnerismo e l'altro nel modernismo. Tutti questi musicisti sono coloritori squisiti e la loro orchestrazione si distingue p. e. dalla straussiana per leggerezza senza esserne inferiori nella varietà di timbri ed impasti.

La musica istrumentale francese è oggi senza dubbio la più nuova e più corrispondente al gusto dei moderni esteti. Ma anche gli entusiasti di quest'arte cominciano già ad elevare qualche voce che ammonisce: «La nostra arte musicale è la prima del mondo per le sue qualità aristocratiche ma manca di sangue. Rianimatela! Non si tratta di rinunziare alla sua aristocrazia di gusto e di sensibilità. Ma anche un grande aristocratico deve saper parlare a tutti e domare la folla a mille teste» (R. Rolland).

Una delle maggiori preoccupazioni di questi musicisti è certo il tessuto armonico ed è piuttosto nella novità delle loro armonie che in altri elementi che si deve cercare il nuovo delle loro opere. In questo riguardo si può anzi dire che ad onta delle dissonanze e cacofonie volute tutte queste armonie nuove, che non sono più possibili a spiegare col solo concetto di tono maggiore e minore, hanno un sistema ancor latente ma che perciò non manca di una certa logica e che tutto ciò avrà certo grande influenza sulla musica futura. E ad un simile nuovo sistema di armonia cercano ormai i dotti di dare forma scientifica, un sistema che tenta comprendere in sè oltre le nostre tonalità anche le scale liturgiche antiche e combinarle, come pure la musica dei popoli orientali e per il quale non esiste quasi più il concetto antico di consonanza. Nè soltanto l'armonia è nuova ma nuovo è altresì un altro elemento della musica modernissima, che consiste nell'impiegare nella polifonia parti medie che sono affatto indipendenti nella tonalità della composizione e che combinano soltanto colle altre voci nel ritmo. Anche questo processo non è in verità affatto nuovo, perchè già lo troviamo nei primi tempi dell'armonia e nella musica popolare di certi popoli specialmente asiatici. Guido Adler crede di trovare in questa pratica qualche somiglianza colla Eterofonia, della quale fa menzione Aristosseno, Plutarco e Platone e prevede una nuova divisione in musica omofona, polifonica e eterofonica.

Riconosciute le varie doti, che sono proprie di tutti questi musicisti è però giustificata la domanda, se una musica che non vuol altro che raggiungere un'atmosfera musicale e si bea dei suoni considerati in sè, che è satura di tutti gli elementi estetici immaginabili e che ad onta di tutto ciò e della sua complicazione ha somiglianze con un'arte primordiale, sia quella che veramente potrà aprire nuove vie o invece col suo snervante erotismo ed il suo misticismo malato non sia arte di corruzione, impotente e sterile. Diderot scrisse una volta: Le gout de l'extraordinaire est le caractère de la médiocrité. Quand on desespére de faire une belle chose, naturelle et simple, on ne tente une bizzarre. E D'Alembert: Malheur aux productions de l'art, dont toute la beauté n'est que pour les artistes.

I musicisti nominati appartengono alla scuola impressionista o simbolista, per la quale la musica assoluta quasi più non esiste. I seguaci dell'altra fazione o scuola che cercano nelle loro opere di rivendicare alla musica il suo valore intrinseco e l'indipendenza dalle altre arti non sono sì numerosi quanto i primi. L'eterna e tanto dibattuta questione ha del resto almeno al nostro tempo un'importanza molto secondaria, giacchè in ultima linea qualunque composizione di genere superiore è frutto della fantasia poetica dell'autore, sia che questi sia o no consapevole dell'origine dell'ispirazione. La differenza è perciò da cercarsi più nei procedimenti tecnici che nella sostanza intrinseca. L'odierno maggiore campione della musica che diremo relativamente assoluta è Max Reger (1873). I musicisti che non si lasciarono trascinare dall'influenza wagneriana sono pochi e fra questi sta in prima linea Reger, che già colle prime opere si schierò fra i musicisti soltanto musicisti e vi rimase fedele sino ad oggi. A ciò lo trasse la sua indole ed anche l'indirizzo dei suoi studî i quali devono essere stati sì lunghi ed esaurienti da fargli riuscire facile lo sciogliere ogni problema più arduo di contrappunto ed armonia. Questa è tutta speciale ed ha per caratteristica il brusco cambiamento di tono senza o quasi senza modulazione, il passaggio da una tonalità ad un'altra affatto eterogenea. La base non è già la scala maggiore o minore ma la cromatica; così si arriva tante volte a non poter definire il tono di un pezzo sino alla cadenza che ha un'importanza tutta propria. Confrontata però l'armonia di Reger con quella dei maestri francesi moderni, essa è assai più dura, pesante e caotica e non sa raggiungere neppur lontanamente l'effetto di quella.

Nelle prime opere di questo autore troppo fecondo è difficile trovare una nota personale. In quelle di organo è più che sensibile l'influsso di Bach, mentre nelle opere per pianoforte e nella sua musica da camera in genere ricorrono ogni momento reminiscenze di Schumann ed ancor più di Brahms. Dall'opera 50 circa anni l'autore però subì una trasformazione che si palesa già nelle grandi fantasie per organo (op. 46, op. 57, ecc.). La sua opera più rivoluzionaria è forse la Sonata in do maggiore per pianoforte e violino (op. 72), arruffata e confusa, dura negli spunti, melodici tanto per dire. Nè molto diversi sono il quartetto (op. 74), estremamente complicato, ed altre opere anche fra le ultime, compresi il Concerto per violino e quello per pianoforte. Ma fra questo turbinare di opere in cui i contrappunti si sovrappongono uno all'altro e le armonie più disparate ci sorprendono e lacerano gli orecchi, nacquero pure alcune opere come, per es., i piccoli pezzi per pianoforte, op. 82, i due Trio, op. 77, la Suite in stile antico, op. 93, che sono fra le migliori cose che si scrissero negli ultimi anni. Reger predilige come Brahms la forma delle variazioni e vi sviluppa una ricchezza incredibile. Le variazioni e fuga su di un tema di Beethoven per due pianoforti, quelle su un tema di Bach sono da mettersi fra le maggiori e migliori sue composizioni. Le prime opere per orchestra, una Sinfonietta, una Serenata, Variazioni su di un tema di Hiller ed un Prologo per tragedia, sono opere faragginose ed estremamente complicate da rendere assai difficile all'orecchio seguire le parti, che si accavallano in contrappunti, istrumentate massicciamente, quasi l'autore usi piuttosto registri d'organo che istrumenti. Nelle posteriori, una Suite de ballet, una Suite romantica, ecc., Reger sembra voler mettersi per una nuova strada ed avvicinarsi alla musica descrittiva, accettando elementi straussiani e debussyani. E così egli si trasforma continuamente, ma non per vera necessità di natura ma più per proposito e per l'indirizzo del tempo, ciò che gli riesce facile per la sua grande potenza assimilatrice ed il suo immenso sapere tecnico. Ma ora che è possibile farsi un giudizio complessivo sulle sue opere, bisogna però conchiudere, che egli è un epigone brahmsiano con molte altre influenze moderne non ancora equilibrate. L'ispirazione melodica non è poi certo una delle prerogative di Reger. La sua melodia è di solito angolosa, frammentaria e quasi mai originale. Ma questa sua melodia è quella della quale egli abbisogna, perchè soltanto essa rende possibile la sua armonizzazione estremamente cromatica e la sua ritmica a scatti. Originale è soltanto il procedere tecnico, la fattura esterna non il nucleo. La musica di Reger non potrà mai raggiungere alcuna vera popolarità, perchè è troppo poco spontanea, troppo fredda e riflessiva ed è più la produzione d'un talento dotato di grandissime doti specifiche musicali specialmente dal lato tecnico che di un'anima esuberante di sentimento commotivo.

Se tutti i segni del tempo non ingannano sembra ora che l'egemonia musicale tedesca che durò tanto tempo vada adagio decadendo, mentre invece sono le nazioni latine, fra cui prima la Francia come pure la Russia, che mostrano un vero risveglio e tendenze decisamente progressiste. Questo decadimento cominciò già dalla morte di Wagner, per quanto mai come in questi ultimi anni fossero operosi i musicisti tedeschi. E ciò si può asserire ad onta delle opera di Riccardo Strauss, Max Reger e Gustavo Mahler, certo musicisti di gran valore, specialmente i due primi ma decadenti e soltanto continuatori di antiche tradizioni, quantunque nessuno potrà negare che Riccardo Strauss non influenzi ora in qualche modo la musica europea, che Reger non abbia liberata l'armonia da tante vecchie pastoje, che Mahler non fosse un musicista di larghe e nuove vedute. Considerando le loro opere nell'intima essenza dovremo però conchiudere, che Strauss non è che un Wagner potenziato nella tecnica ma ben inferiore a lui nell'ispirazione e genialità, che la musica di Reger è in ultima linea una figliazione di quella di Brahms, Schumann e di altri maestri più antichi e che Mahler non tentò che seguire le orme di Bruckner, che senza ombra di coltura estetica risolve ben più felicemente i problemi estetici.

Il parlare degli altri musicisti moderni di Germania oltre i già nominati, p. e. Oscar Fried, Hausegger, Delius, Schrecker, ecc., sarebbe superfluo in un libro come questo, che non ha alcuna pretesa di esaurire la materia. Nè le loro opere sono tali da meritarlo, perchè nessuna di esse mostra veramente l'impronta del genio.

Considerando le nuove opere di Schönberg, Stravinski e Scriabine, non solo Reger ma anche Debussy e Ravel sono per i futuristi ormai quasi autori classici. La musica di questi tende a divenire atonale ed armonicamente anarchica, giacchè va perdendo il senso dei rapporti colla tonica e ne trova di più lontani fra tono e tono, che prima non si sapeva intuire. La differenza fra consonanza e dissonanza non viene più riconosciuta ed il ritmo ed ancor più il colore o timbro assumono ben altra importanza di prima. I più noti apostoli del nuovo verbo sono: