Arnoldo Schönberg (1874), certo il più sovversivo ed inaccessibile. Le sue prime opere (quartetto, sestetto, canzoni, poema sinfonico), si possono ancora spiegare come derivazioni molto arrischiate del Tristano. Le Gurrelieder, poemetto lirico ciclico per due voci a solo, declamazione, coro e grande orchestra, scritte con lunghe interruzioni, palesano in parte la trasformazione che andava succedendo nell'autore che in quest'opera di grandi proporzioni ci dà prova di vero talento anche inventivo ed originale. Ma ora Schönberg rifiuta tutto quello che egli scrisse prima e s'è venuto formando un sistema armonico ed in genere musicale che almeno per i nostri orecchi d'oggi sembra condurre al caos musicale, per quanto sia innegabile, che nelle opere più recenti (quartetto con una voce a solo, pezzi per pianoforte e per orchestra, il Pierrot lunaire) ci sia come la base di un nuovo sistema, che forse contemporaneamente sentirono anche altri per es. Alaleona, quello cioè della dodecafonia, che permette di considerare ogni accozzamento di toni come accordo. Per i più però le nuove opere di Schönberg sono di una monotonia opprimente, potendole ridurre a poche note sempre in un tono ad onta dell'apparente enarmonia.

Alessandro Scriabine (1872-1915) si trasformò da un romantico chopiniano in un modernista specialmente nelle numerose sonate per pianoforte, perchè la sua musica non conosce più lavori tematici e sviluppi ma nasce piuttosto da poche idee di importanza più armonica che melodica, dalle quali germinano poi combinazioni ed episodi, il tutto espresso in una tecnica pianistica molto nuove per figura e sonorità.

Igor Stravinsky (1882), scolaro di Rimsky-Korsakoff, si assimilò le nuove conquiste armoniche dei francesi e predilige la musica coloristica (balli Petrouschka, Sacre du printemps, Rossignol ed altre opere). Egli usa i suoni ed i colori derivanti dai timbri indipendentemente da ogni legge armonica e se ne serve come prima si faceva della melodia, supplendo a questa con una grande potenza ritmica.

L'inglese Cirillo Scott (1872) e Ferruccio Busoni (1866) mostrano pure nelle loro opere tendenze affatto moderne, specialmente il secondo nel notturno sinfonico, nella berceuse elegiaque, ecc., mentre Vladimiro Rebikoff (1867) coi suoi mimodrammi sta sul limitare dell'arte futuristica.

La nuova arte, se tale si vuol dire, è una conseguenza dei tempi mutati ed in parte anche della posizione sociale che prendono i musicisti moderni, ben diversa da quella dell'epoca di Haydn e Mozart, messi dai loro signori nella gerarchia quasi al livello dei servi e camerieri. Mai nessun tempo fu tanto appassionato ed avido d'arte quanto il nostro e ciò influì naturalmente non solo ad innalzare la stima che godono gli artisti ma ebbe altresì per conseguenza una maggiore coltura di questi. Per caso poi o per altri motivi l'evoluzione moderna della musica combina con quella delle altre arti e da ciò venne che anche la musica si risente di tutte le nuove idee e teorie, che preoccupano gli artisti ed esteti in genere.

La divisa della nuova arte è la novità e la mania dell'originalità. Pur di riuscire nuovo ed originale si sacrifica tutto, si fa violenza alla propria natura, non si rifugge da alcun mezzo. Per naturale conseguenza si vuole sfuggire il comune od almeno quello che si reputa tale ed è tale la paura che i musicisti hanno di riuscire convenzionali che tosto si presenta loro un'idea melodica, che potrebbe venir creduta tale, la strozzano appena nata o la contorcono talmente da renderla irriconoscibile. La conseguenza ne è che a forza di cercare del nuovo si è quasi perduta la capacità di godere della vera arte ed in un'epoca, in cui si è voluto affermare che il genio è affine alla pazzia si confondono i significati di nervosismo e talento, isterismo e temperamento. Una caratteristica della produzione moderna è con poche eccezioni l'incongruenza fra volere e potere, ossia grandi aspirazioni ed incapacità di estrinsecarle, oppure grande arte tecnica e nessuna o poca sostanza, insomma arte per l'arte ciò che prima non era, perchè la meta era più modesta ma si sapeva raggiungerla. E non soltanto questa incongruenza è uno dei fenomeni più comuni della nuova musica ma altresì l'esagerazione dei mezzi per raggiungere uno scopo, al quale si adatterebbero vie molto più semplici.

Comune poi alla musica dei nostri giorni come alla pittura è la tendenza di ritornare alle forme primitive sia medioevali, sia dei popoli barbari o semibarbari e di servirsene combinandole colle più raffinate conquiste dell'arte moderna e dimenticando forse che il rifiutare la tradizione, la quale è il risultato dell'esperienza e la messe dei secoli, non vuol dire che ritornare indietro, per dopo far di nuovo la stessa strada. E comune le è pure la mania dell'esotismo, da qualunque paese esso venga, ciò che di nuova prova l'incapacità di saper veramente creare.

La tecnica di quasi tutti questi musicisti moderni è ad onta dell'apparente novità in sè ben povera cosa, per quanto non sia necessario essere d'accordo con Riemann, che cerca spiegare colla vecchia armonia le nuove conquiste. (Storia della musica, vol. II, 3, pag. 251 e seg.). Con sole quarte e quinte di seguito, con accordi di nona od alterati e scale di toni intieri armonizzate non si fa ancora della vera musica se manca l'ispirazione. Nè si deve dimenticare che una musica fatta così non può essere che quasi omofona, almeno fino a tanto che l'orecchio musicale non avrà subito modificazioni radicali.

A forza poi di nuove teorie estetiche, che riddano nell'aria e che saturano l'ambiente nel quale viviamo, si è quasi cambiata la nostra natura e ci siamo abituati a sentire altrimenti di prima, a cercare lo strano, a godere di sensazioni spiacevoli, insomma a volere il nuovo solamente perchè nuovo e perchè la moda lo vuole, donde deriva il paradosso di un'affettazione naturale, perchè di essa non siamo ormai più consci. Il pubblico ha certo una parte di colpa a questo stato di cose, perchè esso manca di sincerità e pur di non far la figura dell'ignorante non s'azzarda di disapprovare una cosa che non gli piace e così incita gli artisti a proseguire per una strada che non ha più uscita, prendendo, come dice Schiller, l'oscuro per profondo, il selvaggio per maschio, l'incerto per infinito, lo sconclusionato per sopranaturale.

Altro difetto è la tendenza di oltrepassare i limiti della propria arte ed entrare in campi, che si credono affini, specialmente in quello della poesia e pittura, sconfessando così la potenza dell'arte e disconoscendo la sua superiorità ideale. La conseguenza è che alla fine non c'è più posto per quello che noi eravamo abituati a chiamar musica, poichè nelle composizioni orchestrali la vera melodia non è più ammessa se non serve a scopi estetici superiori, nel dramma lirico la verità drammatica la esclude o quasi ed essa non è neppure più permessa nella canzone moderna, che come in genere sceglie le poesie più astruse, si contenta di pochi melismi ed accordi ed alla più sottolinea certe parole e colorisce lievemente nell'accompagnamento. Tutti questi principî vanno altresì infiltrandosi nella musica da camera che sembrerebbe dover restare l'ultimo rifugio della musica assoluta. In una parola si vuole che la musica rappresenti sempre qualche cosa, ciò che equivale a voler far di essa altro che per natura è e dovrebbe essere. Altra e più fatale conseguenza di tutto questo procedere è che l'arte vien ridotta ad essere quella di pochi raffinati e snervati, che hanno bisogno di tutti gli stimoli per trovarvi ancora interesse e perchè essendo aristocratica perde sempre più il contatto col popolo e colla terra dalla quale essa nasce. L'arte per l'arte è una di quelle frasi fatte che si ripetono troppo di spesso senza pensarci gran fatto. Se con essa si vuol propugnare solo l'aristocraticità dell'arte e l'esclusione del vero pubblico dal suo santuario, non sarà certo con simili principî, che arriveremo ad un'arte nuova e sana. Pittura, scultura e musica sono arti per i sensi e non sono sempre i dotti ed esteti quelli, che meglio le comprendono. Nè da una simile arte, che di proposito rinunzia alle sue maggiori prerogative, è da sperare gran fatto una vera evoluzione musicale nel senso della parola, perchè è poco concepibile, per esempio, che dati i principî dell'autore una seconda opera lirica di Debussy non sia quasi una ripetizione del Pelleas et Melisande e che un nuovo dramma di Strauss si distingua da Salome ed Elettra.