Gli ultimi volumi dei Denkmäler der Tonkunst in Oesterreich (Vienna, Artaria, 1900 e seg.) contengono una scelta di opere fiamminghe tratte dai celebri Codici del Capitolo di Trento ora a Vienna.
CAPITOLO VII. Le canzoni popolari. Trovatori e Minnesänger.
Mentre nella quiete dei monasteri e nelle stanze dei dotti si studiavano i canoni della teoria musicale e si cercavano nella filosofia ed astronomia le ragioni degli stessi, mentre la polifonia nasceva da rozzi principi e si dibatteva fra le pastoie scolastiche, il popolo poco si curava di tutti questi studi e cantava come sempre aveva cantato a seconda dell'estro e dell'ispirazione del momento. Egli non pensava nè a musica mensurata nè all'organum nè ad altro, ma coll'istinto naturale precedeva la scienza e le somministrava il materiale primo, che essa poi riduceva a regole. La musica dotta si perdeva in astruserie, ma il popolo poetava e cantava canzoni, che già portavano l'impronta di vere melodie. Chi gliele insegnava? Nessuno lo sa; esse sorgevano senza che alcuno ci pensasse, si replicavano e si tramandavano di generazione in generazione. «La musica come tutte le arti usciva di chiesa per farsi profana; s'inebriava un cotal poco dell'aria aperta, tastava le belle villane e diceva fioretti alle gentildonne, ballonzolava per le piazze, per le sale e per le corti» (Carducci).
Le notizie sulle canzoni popolari più antiche sono scarsissime per tutte le nazioni ma in special modo per l'Italia. Ma ciò non può affatto servir di prova che l'Italia non abbia avuto al pari delle altre nazioni canti popolari anche nei secoli lontani del Medio Evo, mancando ogni motivo per simile credenza, ma è piuttosto da ascriversi al caso, alle condizioni del paese stesso. Le continue invasioni, le guerre, il formarsi della lingua volgare dal latino plebeo vi ebbero certo influenza. Nè è escluso che questo buio si rischiari se si faranno studî diligenti, i quali pur troppo ancora mancano del tutto per la parte musicale.
Uno dei primi monumenti della poesia popolare italiana cantata, quantunque non nella forma che ci resta, pare sia il canto delle scolte Modenesi del 924 o 899: O tu qui servas scritto in neumi. Forse appartengono pure alla poesia popolare i Canti dell'Anonimo genovese sulla vittoria di Lajazzo (1294) e senza dubbio la ballata sull'Assedio di Messina del 1282, riportata in parte dal Villani: Deh, com'egli è gran pietate ed una cantata a Reggio nel 1243 Venuto è 'l lione, come pure altri canti storici e religiosi ed alcuni Lamenti o Lai del Milledugento.
Tutte queste poesie popolari o divenute tali si cantavano perchè la vera canzone popolare è indissolubile dal canto. In due codici vaticani trovasi allato delle poesie di Lemmo Orlandi l'osservazione: et Casella diede il suono, quel Casella del quale Dante parla nel Purgatorio (II, 112) e sotto una poesia di Lapo degli Uberti «secondo la melodia di Mino d'Arezzo». Il popolo cantava ora da sè ora adattava ai suoi canti componimenti intieri della poesia colta p. e. la ballata di Dante Per una ghirlandetta che esiste in due lezioni alquanto diverse certo per le esigenze del canto.
Considerando il genere della poesia non è presumibile che queste fossero vere canzoni popolari ma non è improbabile che le melodie fossero popolari e note. Nel Decamerone di Boccaccio sono assai numerosi i passi dove si parla di canzoni e storie che si cantavano a voci sole o con accompagnamento di liuto, viola, ribeca, ecc. I cantori a liuto che si distinguevano dai cantori a libro, coltivavano certo di preferenza la musica popolare come lo dice il loro nome in confronto degli altri, i dotti, che cantavano e suonavano col libro. Affinità colla musica popolare hanno le Canzoni di Franco Sacchetti, il celebre novelliere (1330) che si cantavano con melodie dell'autore stesso, o di altri come si può arguire dalle soprascritte alle sue poesie (p. e. Francus dedit sonum oppure fatta per altrui). La sua nota canzone: o vaghe montanine pastorelle, Donde venite sì leggiadre e belle? si cantava e suonava a liuto ed egli fa cantare «un fabbro il Dante come si canta uno cantare (Nov. CXIV) ed un asinajo canta il libro di Dante (Nov. CXV)».
Molto diffuse erano pure le canzoni cosidette giustiniane dal loro autore Leonardo Giustiniani (1388), erudito procuratore di S. Marco nelle terre della Repubblica, dilettante di musica «alla quale mi trae, come scrive, la natura stessa, che mi guidò per facile via al pieno possesso d'ogni musica, non il volere». Che fossero note e ricercate lo mostra il fatto che il duca di Milano Sforza incaricò il suo ambasciatore a Venezia di raccogliere «tutte le canzoni de domino Leonardo Iustiniano, che sieno belle e le note del canto per intendere l'aere venetiano». Musica popolare erano i cantari, eseguiti dai cantastorie con accompagnamento di liuto e viole, di carattere narrativo in strofe da cantare tutte su di una stessa melodia ed in certe città c'erano persino luoghi destinati ai canterini o cantimpanchi p. e. in piazza di S. Martino a Firenze, come pure le frottole originarie, disordinate nel metro e da distinguersi dalle posteriori. Antonio Squarcialupi, che troveremo ancora, coetaneo ed amico di Giovanni dei Medici, era di solito il musicista delle frottole, che si cantavano la festa di S. Giovanni alle radunanze all'aperto o nei palazzi da liete brigate, delle quali Giovanni dei Medici era l'anima.
Alla musica e canzone popolare appartengono finalmente le Canzoni dei Battuti e le Laudi medioevali nate col movimento religioso dell'Umbria nell'anno dell'Alleluja (1233). Molte di queste ci sono conservate nel testo ed alcune anche nella melodia (bibl. Magliabecchiana). Fra i poeti di Laudi è da nominarsi Jacopone da Todi, il giullare di Dio, il supposto autore dello Stabat Mater, Feo Belcari, Lucrezia Tornabuoni, madre di Lorenzo dei Medici e Lorenzo stesso. Le melodie sono simili a quelle del canto gregoriano e delle sequenze ma vi sono ormai uniti altri elementi profani o la melodia è tolta intieramente da qualche canzone popolare nota. Così si cantava la lauda di Belcari: Chi non cerca Gesù con mente pia secondo la canzone rammentata da Boccaccio: Chi guasta l'altrui cose fa villania, l'altra: o vaghe di Gesù, o verginelle secondo la canzone di Sacchetti già citata: o vaghe montanine pastorelle, ecc.
Questo sistema non aveva allora nulla di sconveniente e Gerolamo Savonarola lo favoriva anzi per diffondere sempre più le laudi, ciò che riuscì tanto bene, che Alessandro d'Ancona riporta nel suo libro: La poesia popolare in Italia il primo verso di più di duecento canzoni popolari del secolo XV e XVI citate nelle raccolte di Laudi spirituali.