Affini alle canzoni popolari sono pure le maggiolate ed i canti carnascialeschi. Il Lasca che ne fece una edizione (1559) così ne parla: «Il primo canto o mascherata che si cantasse in questa guisa era di uomini, che vendevano berriquocoli e confortini: composta a tre voci da un certo Arrigo tedesco, maestro allora della cappella di S. Giovanni, e musico in quei tempi reputatissimo. Ma dopo non molto ne fecero pur a quattro e così di mano in mano vennero crescendo i compositori così di note come di parole». I poeti sono Lorenzo dei Medici, Jacopo Nardi, Dovizio Bibbiena, ecc.; i compositori: il Tromboncino, Arrigo Tedesco (Heinrich Isaak), Agricola, ecc. I canti carnascialeschi pubblicati recentemente da Masson sono quasi tutti a quattro voci e constano di due parti, una in tempo pari, l'altra in dispari ed arieggiano lo stile popolaresco se non veramente il popolare.
Di grande importanza per la canzone popolare italiana e la musica popolare in genere sono finalmente le numerose composizioni di liuto, molte delle quali come appare e dai titoli che portano e ancor più dal carattere della musica stessa sono trascrizioni di canzoni o danze popolari. La ricostruzione dell'originale non presenta le stesse difficoltà che per le canzoni che servivano da canto fermo nelle composizioni polifoniche, perchè queste sono quasi sempre cambiate nel ritmo ed anche nella linea melodica, mentre le canzoni e danze per liuto mantengono anche per l'impossibilità di riprodurre l'intreccio delle voci e perchè appartenevano più alla musica di divertimento che alla dotta, molto più fedelmente ed il ritmo e la melodia. Finalmente dipendono in certo riguardo dalla musica popolare anche le posteriori villanelle e frottole, perchè per quanto concepite nello stile polifonico esse hanno pure degli elementi che non troviamo nella musica dotta e che derivano dall'influenza inconscia della musica popolare.
Ad onta di tutto ciò non è improbabile che la poesia e musica popolare sia stata più diffusa nei paesi nordici che nell'Italia, perchè la canzone deriva in ultima linea dalle Sequenze della Chiesa d'origine germanica, che in Italia furono sempre accettate a malincuore e delle quali soltanto cinque furono riconosciute dalla Chiesa. Nè è da dimenticarsi che i canti latini rimasero sempre inintelligibili ai popoli non romani, per cui era naturale che essi cercassero crearsi una poesia e musica popolare propria. Altri motivi che valgono ancor oggi sono da cercarsi nel carattere del paese e della nazione stessa.
Maggiori notizie ci sono conservate sulla canzone e musica popolare dei paesi nordici. Tacito racconta che i Germani cantavano inni al loro dio Tuisco e che tanto questi che i Bretoni ed i Galli avevano già nei più remoti secoli bardi, specie di rapsodi, che cantavano le gesta degli eroi nazionali accompagnandosi coll'arpa od altro strumento.
Tutti questi canti, che si dice abbia fatto raccogliere Carlo Magno, sono andati perduti, nè si possono chiamare canzoni popolari i pochi frammenti conservatici sulla battaglia di Fontenay (842) o sulla vittoria di Clotario II sui Sassoni (662) in versi latini, scritti senza dubbio da qualche monaco. Una vera canzone popolare sembra invece essere il lied: Einen Kuning weiss ich del 882. Altre canzoni popolari vennero indirettamente formandosi dai canti della chiesa e specialmente dalle frasi melodiche del Kyrie eleison, che erano le uniche che venivano intonate anche dal popolo in chiesa. Come dalle iubilationes dell'Alleluja s'erano formate le sequenze, nacquero dai melismi del Kyrie eleison canzoni popolari con testo tedesco che si dicevano Leise (corruzione di Kyrie eleison).
Molte notizie su canzoni popolari profane e parte del testo di queste ma nessuna melodia contiene la cronaca di Limburgo, un manoscritto del secolo decimoquarto. E che qui si trattava di vere canzoni popolari lo dicono in modo più che esplicito questi due passi della cronaca:
«In quel tempo (1531) si cantava nelle terre tedesche una canzone, che si poteva fischiare e trombettare a diporto d'ognuno. — Un monaco degli Scalzi lebbroso ed impuro faceva allora (1374) sul Meno le più belle canzoni; e tutti le cantavano volentieri e le fischiavano ed era un gran piacere a sentirle».
Una raccolta preziosa di canti popolari contiene il Locheimer Liederbuch del 1452, le di cui canzoni sono senza dubbio molto più antiche. Fra le 41 canzoni di questo libro vi sono vere perle melodiche, fresche ed espressive, con movimento ritmico svariato, sentimento e semplicità affettuosa. Alcune sono a tre voci di condotta naturale e correttissima ed in esse già si palesa decisamente il sentimento della musica dotta ancora ligia alle tonalità di chiesa.
Alla diffusione delle canzoni pensava l'infinita coorte medioevale dei musicanti girovaghi e cantastorie, gente abbietta disistimata, specie di straccioni ed istrioni, che giravano di terra in terra, cantando ed accompagnandosi con pifferi, arpe, rote, cornamuse ed altri strumenti, scacciati da per tutto e chiamati e pagati viceversa ai balli, alle nozze, ai funerali; privi di diritti, malmenati e taglieggiati. Soltanto coll'andare del tempo venne a cessare l'istinto nomade di questa gente e si fondarono confraternite e gilde con statuti e diritti proprî. La prima di queste fu quella di S. Nicolò di Vienna (1288) a capo della quale stava il re dei pifferari con statuto e giurisdizione propria e che durò fino al 1782.
Nel secolo XV vennero poi formandosi nella Germania le istituzioni dei pifferari di città, che durarono fino al secolo scorso e che sono le antenate delle bande civiche. In Francia simili associazioni prosperarono pure e già nel 1295 abbiamo notizia d'un Jean Charmillon nominato da Filippo il Bello a roy des menestriers. Nel 1330 fu poi fondata la Confrèrerie de St. Julien des menestriers, i di cui membri abitavano tutti in una contrada e dipendevano dal roy, persona influente, l'ultimo dei quali fu Jean Pierre Guignon, roy des Violons (secolo XVIII).