Quanto siamo ormai distanti dall'organo e dal discanto lo dimostra p. e. una caccia di Gherardello de Florentia che ben meriterebbe venir trascritta, onde dimostrare quanta vivacità e colorito realistico vi abbia in essa.

Ecco almeno i primi versi:

Tosto che l'alba del bel giorno appare

Isveglia il cacciator. Su, su, su, su

Ch'egli è 'l tempo. Alletta li can

Tè, tè, tè, tè, Viola, tè. Primerate, ecc.

Ulteriori ricerche e nuove scoperte potrebbero forse farci cambiare opinione circa l'origine della polifonia e del contrappunto se si pensa al grado di sviluppo dell'Ars nova in Italia circa il Trecento e poco dopo ed al fatto che il Carducci riuscì a mettere insieme ben trentatre nomi di musicisti italiani togliendoli dai codici manoscritti.

L'Ars nova fiorentina esercitò un grande influsso su quella francese e spagnola e molte sono le composizioni di musicisti di quei paesi scritte nello stesso stile. Dal Trecento al Cinquecento si compose in Francia una quantità di canzoni di solito a tre voci con carattere popolare spiccato e maggior mobilità di ritmo e spigliatezza delle italiane. Marchetto da Padova, Filippo de Vitry e Giovanni de Muris stabiliscono le regole della nuova arte e da quel tempo il discanto viene sostituito dal contrappunto (puntus contra punctum), giacchè cessava il moto parallelo delle quinte ed ottave.

Nel Quattrocento l'Ars nova comincia a decadere specialmente dopochè i papi tornarono da Avignone a Roma (1377), e l'Italia subisce l'influsso dei forestieri specialmente dei fiamminghi (oltramontani) che, sia attirati dalla magnificenza delle corti dei principi italiani, sia dalla malìa che l'Italia destò mai sempre sui popoli nordici, per più d'un secolo vennero in Italia, vi si fermarono, fondarono scuole e v'impartirono i loro insegnamenti. La vita italiana di quei secoli era ben diversa di quella degli altri paesi. Mentre l'artista tedesco, legato alle pastoje di casta non era che una specie di artigiano, appartenente ad una delle tante confraternite ed intristiva in un ambiente angusto e pedantesco, le splendide corti italiane gareggiavano nel proteggere le arti ed onorare in ogni maniera gli artisti. E ben altra era pure la coltura delle classi più alte, l'interesse per le scienze ed arti. Un simile ambiente fecondava l'intelletto dell'artista e noi vediamo che i maestri fiamminghi scrissero le loro opere più celebri o in Italia o dopo che vi soggiornarono.

Fu pure sotto l'influsso dei maestri fiamminghi, che vennero formandosi in Italia diverse scuole con fisonomia propria e differente come quella di Venezia, Roma e Napoli. Il fondatore della scuola musicale veneziana fu Adriano Willaert, nato a Bruges nel 1480, dapprima giurista poscia scolaro di Mouton e Giosquino. Willaert venne nel 1516 a Roma dove già si cantava un suo motetto, attribuito a Giosquino. Dopo il 1527 lo troviamo a Venezia alla chiesa di S. Marco, dove salì in grande fama, ebbe sommi onori e vi restò fino alla morte (1562). Willaert fu il primo ad introdurre i cori spezzati (separati) ripristinando l'antico costume della maniera antifonica di cantare i Salmi. L'occasione di tale innovamento fu forse accidentale e suggerita dal trovarsi in S. Marco due organi con separata cantoria. Ma il merito di Willaert non sta tanto in questa innovazione quanto nell'aver egli pel primo abbandonato il sistema fiammingo che basava sul contrappunto e sulla condotta delle singole voci, poco curandosi dall'armonia e dall'effetto generale, e nell'aver dato tutta l'importanza all'accordo per sè ed alla tonalità ormai decisa, che si avvicina alla nostra per l'uso frequente della dominante del sistema moderno. A lui spetta oltre a ciò il merito d'essere stato uno dei primi a coltivare il Madrigale.