La rappresentazione di anima e corpo in edizione facsimile per cura di F. Mantica, Roma.

Composizioni di Caccini, Orazio Vecchi, Malvezzi, Viadana, contengono le opere di Kiesewetter, Gevaert (les gloires de l'Italie), Ambros, Proske (Musica divina).

Torchi — (L'arte musicale in Italia) volume 2º e seg. Cfr. anche L. Torchi, Canzoni ed arie italiane, ad una voce del secolo XVII. Rivista musicale italiana, anno I, fascicolo 4º e la pubblicazione musicale corrispondente: Canzoni ed arie del XVII secolo (Ricordi e Comp.).

CAPITOLO X. Claudio Monteverdi e l'opera veneziana e napolitana.

La Camerata fiorentina aveva dato l'impulso alla nuova evoluzione musicale e l'idea aveva trovato terreno fecondo negli animi desiderosi di nuove cose e destantisi alla vita moderna di pensiero. L'esempio di Firenze trovò presto imitatori e già nel 1601 si eseguì a Bologna l'Euridice e nel 1604 a Parma la Dafne. In Roma, la sede della polifonia, il dramma per musica si contenta ancora di fornire divertimento al popolo e nel 1606 troviamo rappresentazioni popolari sulle piazze con musica di Paolo Quagliati, che ricordano l'antico carro greco di Tespi. Ma l'idea fiorentina minacciava spegnersi e restare una semplice utopia di letterati e dilettanti, tanto più che i membri della Camerata erano o gentiluomini o letterati, che della musica non avevano cognizioni profonde, mentre Caccini e Peri erano buoni musicisti e discreti contrappuntisti, ma non potevano paragonarsi ad altri musicisti dell'epoca, dottissimi teorici.

La riforma doveva perciò trovare degli inimici nella classe dei musicisti stessi, che s'erano formati ad altri studî e che non risparmiavano le più aspre critiche alla nuova musica: «Se tornassero in vita Iusquino, Mutone e gli altri, che di questo sapevano assai pur, trasecolerebbero in vedere sì poca cognizione e quanto malamente hoggidì i compositori se ne sappiano servire, cose che mi fanno arrossire e vergognare per loro» (Lodovico Zacconi, Pratica di musica 1622).

Il nuovo stile rappresentativo non era ancora il passo decisivo per romperla colla polifonia e s'era fermato a mezza strada, non osando abbandonare intieramente le antiche tradizioni e viceversa rinunziando alla melodia ed alle forme musicali. L'arte aveva bisogno di un vero musicista, che sapesse liberare l'idea della Camerata da tutto quello di artificioso e pedantesco che traeva con sè e la fecondasse. Essa lo ebbe in Claudio Monteverdi.

Nato in Cremona nel 1567, frequentò la scuola di Marcantonio Ingegneri, eccellente contrappuntista dell'epoca. Dopo molti anni passati alla Corte dei Duchi Gonzaga a Mantova, diventò direttore di cappella a S. Marco in Venezia dove rimase fino alla morte (1643). Quantunque egli abbia scritto più musica polifonica da chiesa e profana, egli deve la sua fama al dramma musicale. La sua prima opera Orfeo, favola per musica su testo di Rinuccini, fu rappresentata nel 1607 a Mantova alla corte di Vincenzo Gonzaga. Ormai in questa prima opera egli si mostra di gran lunga superiore a Peri ed a Caccini, giacchè in essa non v'è più lo stile semplicemente declamatorio dell'Euridice, ma un nuovo stile che palesa chiaramente il sentimento lirico ossia essenzialmente musicale.

L'Orfeo come lo dimostrarono le recenti esecuzioni è veramente l'opera d'un genio che precorse i tempi, giacchè in esso troviamo ormai più o meno sviluppati i germi delle maggiori innovazioni posteriori comprese quelle di Gluck, e Wagner e le moderne. Quest'arte divinatoria è tanto più meravigliosa in un'epoca in cui non c'era nulla da imitare ma pressochè tutto da creare, perchè la superiorità di Monteverdi su Peri e Caccini è immensa. La musica dell'Orfeo non è oggi punto invecchiata ed ha interesse più che storico, perchè in essa v'è ben poco di formale ma tutto è vero, ispirato e convincente.

All'Orfeo segue già nel 1608 per le nozze di Francesco Gonzaga con Margherita di Savoia, Arianna, quel dramma pur troppo perduto ad eccezione del celebre brano del lamento, che fu come una rivelazione e che destò il più grande entusiasmo, tanto che il contemporaneo Bonini scrive «che non è stata casa, la quale avendo cembali o tiorbi in casa non avesse il lamento». E l'ammirazione non è esagerata, se si pensa alla potenza espressiva di quel piccolo brano, derivante specialmente dal sapiente e nuovo uso della dissonanza.