Questo popolo, al quale la natura avea largito a larghissima mano le più belle doti, doveva esser quello, che anche nella musica dell'evo antico era destinato a lasciar la sua orma indelebile e piantare le basi di quell'edificio grandioso, a cui ogni limite sembra troppo angusto.

Soltanto presso i Greci la musica comincia a divenire arte indipendente e cessa di essere l'espressione quasi inconscia dei sentimenti ed affetti interni; presso i Greci si sviluppa per la prima volta una teoria musicale basata sulle leggi fisiche ed armoniche; soltanto presso i Greci la musica si asside pari fra le arti e vien riconosciuta la potenza estetica ed etica a lei inerente.

La storia della musica greca si divide in tre grandi periodi; il primo, che abbraccia l'epoca mitica ed arriva fino alla migrazione dei Dori (1000 a. C.), il secondo fino alla guerra del Peloponneso (404 a. C.), ed il terzo, o quello della Decadenza, fino alla conquista romana.

Nel periodo mitico incontriamo come nella storia degli altri popoli le leggende, che ci raccontano dell'origine divina della musica. Le principali figure di questo periodo sono Orfeo, personificazione della potenza della musica, che ammansa col canto le belve, le furie dell'orco, fa movere i sassi e le piante; Anfione, al suono della cui cetra i massi di pietra si mettono a posto e formano le mura di Tebe, ecc. Grande parte ha pure la musica nella mitologia ed essa è messa sotto la protezione del Dio Apollo e delle Muse; con canti ditirambici vien onorato Bacco, quei canti che furono la prima origine della tragedia e dei cori dei drammi greci.

Nel secondo periodo dopo l'immigrazione Dorica incontriamo Olimpo, il giovane, che vien celebrato qual inventore del genere enarmonico, e Terpandro, il vero padre della teoria musicale antica (600 a. C.), nativo di Lesbo e che visse in Sparta. Egli compose melodie (nomi), che durarono per tradizione lungo tempo, ed alle quali fu a simiglianza delle melodie indiane ascritta grande influenza sulla morale ed il costume. A lui si tributa pure l'onore d'essersi servito d'una notazione musicale, e di aver aggiunto all'antica lira altre tre corde alle quattro anteriori. Cantanti e musici sembrano esser stati pure la poetessa Saffo (550 a. C.) ed Alceo (580 a. C.). Più importante di tutti questi per lo sviluppo della musica e specialmente per la teoria fu il celebre filosofo e matematico Pitagora di Samo (580-504 a. C.), il quale nei suoi lunghi viaggi in Egitto ed in Asia ebbe occasione di studiare la musica di quei paesi e di conoscerne i sistemi, che egli introdusse con modificazioni nella sua patria. Egli fu il primo, che trovò i rapporti numerici fra i toni col mezzo del monocordo (cassetto risonante, sul quale era tesa una corda, a cui si potevano applicare ponticelli mobili, che alteravano il tono della corda). A questo modo egli potè stabilire gli intervalli, determinare i rapporti della prima coll'ottava di 1:2, della quinta di 2:3, della quarta di 3:4, corrispondenti al rapporto della lunghezza dell'intiera corda colla metà, due terzi, tre quarti, che davano gli intervalli accennati. Questo sistema, che basava su leggi matematiche e non armoniche, doveva disconoscere la natura dell'intervallo di terza, che per noi è il prototipo della consonanza e che per Pitagora era dissonanza, e se la nuova scoperta fu importantissima per il futuro sviluppo della musica, essa fu forse cagione, che l'antichità non conobbe l'armonia, e che ci vollero ancora molti e molti secoli, prima che essa si sviluppasse.

L'epoca della fiorita d'Atene ai tempi di Pisistrato ed ancor più di Pericle (478-429 a. C.) ed il sorgere e lo svilupparsi della tragedia nazionale rappresentano altresì l'epoca del maggior fiore della musica greca. L'importanza dei cori è massima in Eschilo, minore in Sofocle ed in Euripide. Che i cori venissero cantati è ormai cosa certa, e sembra pure quasi sicuro, che la musica fosse scritta dai poeti tragici stessi od almeno da loro designata, togliendola da canzoni popolari note, che si adattavano alla situazione ed ai sentimenti espressi. I cori consistevano di tre parti, della Strofa, Antistrofa e dell'Epodo; le due prime venivano cantate da cori separati, che si univano nell'epodo. Ma non soltanto i cori si cantavano ma anche gran parte dei monologhi e dialoghi non con vere melodie ma in modo recitativo come si faceva già prima dai rapsodi che recitavano le poesie di Omero ed Esiodo. Sembra poi che tanto i cori che la parte recitata fosse accompagnata da istrumenti, probabilmente flauti e cetre. Si cantavano pure le canzoni popolari di più specie e venivano eseguite da istrumenti le danze sia religiose che profane.

Colla corruzione dei costumi e colla decadenza delle repubbliche greche comincia pure l'epoca di decadimento della musica. Alla semplicità e grandezza degli antichi nomi (melodie) subentra la virtuosità, che cerca di nascondere sotto la raffinatezza dell'arte e dell'effetto esteriore la mancanza di sostanza. La voce dei saggi, che piangono i tempi passati, vien soffocata dagli applausi della folla che dona corone d'alloro al citaredo Frini, al cantante Mosco, all'etéra Taide, ed innalza un tempio alla flautista Lamia. L'antica libertà greca si spegne sotto la dinastia macedonica e con lei l'arte musicale perde ogni importanza e diventa un semplice oggetto di sollazzo. Soltanto qualche dotto occupa le sue ore solitarie meditando sulle questioni teoretiche musicali e rivive nel passato, così Aristosseno «l'armonico» (350 a. C.) del quale ci sono conservati tre libri di «Elementi di armonia» nei quali a differenza delle teorie pitagoriche vien istituito a giudice supremo l'udito e non le leggi matematiche, Alipio (200 a. C.), di cui un frammento sembra contenere un sistema di notazione musicale con lettere, e Plutarco (49 d. C.).

Alla Grecia era pure riservata la gloria di essere la prima, che si occupò dell'estetica musicale e che studiò l'influenza della stessa sull'animo, sull'educazione e sullo sviluppo del carattere. Già al tempo di Pitagora e della sua scuola la musica era stata fatta oggetto di studî profondi e si avea voluto trovare rapporti fra essi, l'astronomia e l'ordine del creato. Questa scienza, che già s'era palesata nel mito e nella leggenda, fu coltivata fin all'esagerazione e la musica e l'astronomia furono dette sorelle.

La lira è il simbolo dell'universo, le sue corde rappresentano gli elementi; l'armonia delle sfere trova la sua eco nella cetra e nei numeri armonici; le consonanze e dissonanze corrispondono ai segni dello Zodiaco.

Studî egualmente profondi sulla musica fecero Platone ed Aristotele. Il primo nega essere la musica oggetto di divertimento per sè, ma le ascrive una mansione e potenza morale. La musica deve influire sul carattere, informarlo al bene ed ispirare odio e ribrezzo per il male. La musica cattiva ed effeminata deve venir proibita dallo stato come pericolosa e corrompente i costumi. Delle tonalità non devono esser ammesse che due: la dorica e la lidica, perchè l'una anima l'uomo alla forza, ai sentimenti maschi, alla costanza; l'altra lo conforta e gli ispira sentimenti di amore e bontà.