Pietro Alessandro Monsigny (1729-1818) (le Cadi dupé, le Deserteur).
Nicolò D'Alayrac (1753-1809), (le Corsaire, Vertvert, la pauvre femme, ecc.).
Nicolò Isouard (1775-1818) (Cendrillon, Joconda).
Tutti questi hanno vera vena comica, fresca e spiritosa, essi abbandonano gli eterni recitativi ed introducono la romanza cantata; l'aria da capo prende la forma più popolare del rondeau.
Il più geniale di tutti è senza dubbio André Grétry di Liegi (1741-1813), che passò più anni della sua gioventù in Roma, dove godè l'istruzione di Casali e vi fece eseguire con fortuna alcune composizioni. La sua prima opera comica data a Parigi fu le Huron (1768). Fra le sue molte opere sono meritevoli di memoria Zemir et Azor (1771), Anacréon (1797), e più di tutte Richard cœur de lion (1784), tradotta e data in molti paesi. Quantunque Grétry non fosse dotato di gran genio melodico e di potenza drammatica, le sue opere si distinguono per una grande naturalezza, facilità ed eleganza. Egli è sopratutto compositore nazionale nello spunto melodico, nella varietà dei ritmi piccanti e briosi e per la facilità e leggiadria del dialogo musicale. Scrisse le sue memorie, che contengono molte considerazioni sensate e nuove sulla declamazione musicale e nelle quali difende le teorie di Gluck.
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L'opera musicale drammatica cominciò in Germania più tardi che in Italia e fu piuttosto frutto dell'imitazione straniera che dell'iniziativa nazionale. Le produzioni drammatiche precedenti al Seicento si limitavano ai Misteri e alle Moralità, alle feste carnevalesche, alle farse di Hans Sachs ed altri poeti popolari ed a spettacoli e balletti dati con grande sfarzo alle diverse corti dei principi di Germania. L'opera fiorentina ed il nuovo stile rappresentativo trovarono però imitatori molto prima che in Francia. Già nel 1627 Enrico Schütz, il grande musicista luterano antecessore di Bach, aveva composta la musica della Dafne di Rinuccini, tradotta da Opitz. Questo dramma per musica fu dato a Torgau il 10 aprile 1627 in occasione delle nozze del Landgravio di Essen con Luisa Eleonora di Sassonia. Quantunque la musica ne sia perduta, è da ritenersi secondo le notizie conservateci, che fosse scritta ad imitazione di quella di Peri. E sembra pure che Schütz abbia musicato l'Orfeo di Rinuccini. Invece ci è restata la musica di un Singspiel Seelewig (1644) di Teofilo Staden, una specie di allegoria simile alla Rappresentazione di anima e corpo di Emilio Cavalieri, un'opera affatto lontana dalle tendenze della Camerata fiorentina e solo d'interesse storico.
Ma il nuovo genere non seppe attecchire, sia perchè i tempi erano difficili e la Germania era tormentata dalla tremenda guerra dei trent'anni, sia che mancassero gl'ingegni musicali che si volessero applicare al nuovo genere. C'era poi un altro motivo che rendeva difficile lo svilupparsi dell'opera nazionale. La lingua italiana era allora di moda nelle infinite corti di Germania come lo divenne poi la francese. Il pubblico stava in disparte e non prendeva alcun interesse alle cose artistiche; i teatri rimasero fino alla metà del secolo scorso con poche eccezioni riservati alla corte, ai cortigiani ed agli invitati. Era dunque naturale che i principi si rivolgessero all'Italia e chiamassero alle loro corti artisti italiani. Ognuna di queste aveva un poeta di corte che doveva montare sul suo Pegaso in ogni occasione voluta da circostanze esteriori. (Zeno e Metastasio a Vienna, Mauro ad Hannover, Pallavicino a Dresda, Terzago a Monaco, ecc.). I direttori erano italiani (Lotti, Caldara, Steffani, Porpora, Iomelli, Bononcini, ecc.), italiani i cantanti (Bordoni, Cuzzoni, Lotti, Durastanti, Senesino, Farinelli, Carestini, ecc.), italiani persino i pittori, decoratori ed architetti. Soltanto i suonatori erano in parte tedeschi e francesi.
Fra le corti di Germania, che videro fiorire l'opera italiana sono specialmente da nominarsi Vienna, Dresda, Berlino e Monaco. La corte di Vienna s'era sempre distinta quale protettrice della musica ed ormai nel 1642 vi si eseguì l'Egisto di Cavalli. Gli imperatori Leopoldo I, Giuseppe I e Carlo VI, buoni musicisti, preferivano la musica italiana e cercarono con ogni modo di attirare alle loro corti i migliori artisti italiani. Caldara e Conti assieme allo stiriano Giovanni Fux segnano l'epoca del maggior fiore dell'opera a Vienna. Fux (1660-1741) è tuttora noto per il suo celebre trattato Gradus ad Parnassum (1725) e per musiche da chiesa più che per le sue opere teatrali, nelle quali imitò gli italiani. Quasi tutti poi i più celebri compositori italiani dell'epoca, cominciando da Cavalli, Cesti fino a Porpora e Salieri andarono a Vienna e scrissero per quel teatro di corte.
Non inferiore a Vienna nel culto dell'opera italiana fu Dresda. Anche in questa città v'era un'intiera colonia artistica d'italiani, che dominava esclusivamente il teatro. L'opera italiana vi fu inaugurata formalmente nel 1662 col Paride di Giovanni Bontempi, scolaro di Mazzocchi e collega di Schütz. Suo successore fu pure un italiano, Carlo Pallavicini, buon compositore. Salito al trono Federico Augusto I (1694), vero mecenate delle arti, cominciò una nuova era di lusso e splendore e Dresda mai vide maggior numero di celebri artisti nelle sue mura, fra i quali Lotti, Vittoria Tesi, il Senesino, e sopra tutti Giovanni Adolfo Hasse e sua moglie, la famosa cantatrice Faustina Bordoni.