Ciò però non vuol punto dire che Cherubini fosse un imitatore dei maestri tedeschi, che anzi quella certa mancanza di bellezza sensuale della sua melodia, quella freddezza aristocratica, che è propria alla maggior parte delle sue opere, è tutta sua. Piuttosto è vero che i maestri tedeschi appresero molto da lui, compreso Beethoven che lo chiama il primo fra i contemporanei e Weber che lo dice pari a Beethoven.

Delle sue opere drammatiche, Il portatore di acqua (1800) resterà un modello insuperabile del genere semiserio, mentre la Medea (1797) per la nobiltà di linee e meravigliosa fattura raggiunge le migliori delle opere della letteratura musicale d'ogni tempo. La Medea iniziò la grand'opera divergendo dai drammi di Gluck per la maggiore ricchezza armonica, per gli effetti ricercati, per l'orchestrazione più svariata e finalmente per i pezzi d'assieme, che di rado si trovano in Gluck.

Le altre opere, quantunque contengano una quantità di tratti geniali, sono oggi dimenticate ad eccezione delle ouvertures, che per la freschezza, ispirazione e stupenda fattura appartengono alle migliori del genere. «Non bisogna però credere che queste opere, perchè non sono più in repertorio, siano morte; è soltanto una metempsicosi, che è successa e noi le sentiamo nelle opere di altri maestri dieci e cento volte di nuovo» (Hauptmann). Difatti è incredibile quanti elementi moderni, specialmente descrittivi e romantici, esse contengono, che poi vennero sfruttati da altri. E non soltanto le opere della maturità ma anche alcune di quelle scritte nella gioventù in Italia p. e. l'Ifigenia. Così p. e. nell'Elisa (1794) e nell'Anacreonte (1803) c'è ormai il romanticismo posteriore e molto della nota elegiaca schumanniana, nella Medea vi sono punti di contatto con Beethoven (coro dei prigionieri) e persino l'unisono dell'Africana è un vero tratto cherubiniano.

Cherubini si ritirò disgustato dall'opera per dedicarsi alla musica da chiesa, per la quale egli scrisse più opere, che vanno annoverate fra le sue migliori, come le Messe, i grandiosi Requiem, specialmente quello in re minore, degno d'esser messo a paro col Requiem di Mozart, e un Credo a 8 voci, senza dubbio una delle opere più meravigliose che dopo Palestrina mai fossero state scritte.

Egli scrisse pure musica da camera, quartetti, ecc., che si avvicinano alle opere classiche ed un celebre trattato di contrappunto e fuga. Suoi scolari furono Auber, Halévy, Adam, Carafa, Fétis ed altri.

Straniero fu pure il successore di Cherubini nei trionfi dell'Opera di Parigi e di nuovo un italiano: Gasparo Spontini di Majolati presso Jesi, nato nel 1774, morto nel 1851. Dapprima a Parigi nell'era napoleonica, venne dopo la Restorazione a Berlino, dove raggiunse i più alti onori ma che dovette poi abbandonare, quando la sua rigidezza e l'orgoglio nazionale ebbero a cozzare contro la coscienza germanica che si risvegliava. Se Cherubini colla sua Medea ed il Portatore d'acqua avea sentito l'influsso dei tempi, e le idee di libertà e la nobile arditezza di pensiero avevano trovato un eco nella sua musica, quella di Spontini è ancor meglio lo specchio del tempo in cui fu scritta, giacchè essa incarna l'idea napoleonica colla sua grandiosità marziale, larghezza di stile, potenza delle masse ed il suo realismo.

Le tre opere capitali di Spontini sono la Vestale, il Fernando Cortez e l'Olimpia, scritte per Parigi. Su tutte s'innalza la Vestale per la ispirazione, verità di carattere e sentimento. L'elemento eroico trova nei grandiosi finali l'espressione più adeguata e si avvicina all'epica grandezza dei cori di Händel. Ma Spontini sa toccare anche le corde più sensibili del cuore nelle ispirate scene tra Giulia e Licinio, e se è meno sapiente di Cherubini lo supera certo in espressione e grandezza di concezione.

In Fernando Cortez l'ispirazione non è sì ricca quanto nella Vestale, ma vi sono ammirabili la pittura dei caratteri ed il colorito, i contrasti e la suprema padronanza delle masse come nel grandioso finale. L'Olimpia non ebbe a Parigi il successo delle sorelle, nè il pubblico, felice di cullarsi nella pace della Ristorazione, poteva più infiammarsi alla rappresentazione di quei fatti che gli richiamavano alla memoria i burrascosi tempi napoleonici.

Le opere che Spontini scrisse a Berlino segnano una decadenza sensibile nelle forze del maestro, nè per quanto esse contengano pregevolissimi squarci seppero resistere al tempo. Spontini ebbe il rammarico di vedersi alla fine della sua vita trascurato e quasi dimenticato.

Egli fu insuperabile direttore, severissimo e mai soddisfatto; l'orchestra sotto la sua bacchetta era elettrizzata e suonava con una precisione meravigliosa.