Gluck prese allora la decisione di recarsi a Parigi, eccitato dal Bailly Du Rollet, che gli avea scritto l'Ifigenia in Aulide, togliendola da Racine ed ormai preparato il terreno con entusiastiche lodi. Ma ogni specie di difficoltà si opponeva all'effettuazione del progetto, finchè queste furono tutte appianate dalla moglie del Delfino, Maria Antonietta, già scolara di Gluck. Finalmente l'Ifigenia fu data all'accademia di Parigi ai 19 aprile 1774 senza però destare alcun entusiasmo. Soltanto in seguito essa ebbe sempre maggior successo, dopo che l'Orfeo era stato assai applaudito. L'Ifigenia segnò il principio della lotta fra i partigiani di Gluck e quelli dell'opera italiana e francese, che per questa occasione erano d'accordo nel combattere il nuovo indirizzo e cercarono d'opporvi Nicolò Piccinni. I fautori di quest'ultimo seppero coi loro raggiri far sì, che il libretto d'un'opera. Orlando di Quinault, destinato a Gluck, fosse dato da comporre a Piccinni e speravano di vincere tanto più che la nuova opera di Gluck Armida, non ebbe che un mediocre successo, mentre l'Orlando di Piccinni fu accolto con grande plauso. Ma le opere di Gluck in principio mal comprese, prendevano sempre più piede, e quando fu data l'Ifigenia in Tauride (1770), il capolavoro di Gluck, la vittoria fu decisa pel maestro tedesco.

Il genio di Gluck, e che fu genio non puossi dubitare, fu più drammatico che essenzialmente musicale (egli soleva dire, che quando si metteva a comporre cercava dimenticare di essere musicista!). La sua riforma fu piuttosto il frutto della sua lunga esperienza, della sua mente chiara e perspicace, dello studio dei poeti e del movimento letterario, iniziato da Lessing e Klopstock, che dell'istinto musicale. La sua melodia è spesso priva di bellezza intensa, anzi non di rado è povera; egli non introdusse nuove forme; la sua arte non è grande e questa mancanza si palesa specialmente nei suoi pezzi d'assieme, nei quali non sa unire in un gran quadro efficace gli elementi disparati ed agire coi contrasti. Gluck è grande invece nella verità drammatica, nella forza poetica dei particolari, nella caratteristica delle persone, nel dominare e tratteggiare la situazione con tocchi potenti nella loro semplicità. Egli non fa concessioni nè ai cantanti nè al pubblico, ma cammina dritto verso la meta ed appunto perciò le sue opere fanno l'impressione di produzioni nate organicamente e l'effetto generale è grandioso e potente. Le sue arie, i suoi duetti presi separatamente sono molte volte inferiori per ispirazione e fattura a quelli di Piccinni, ma superano questo in concisione e sentimento drammatico; con lui il recitativo di Lully e Rameau cessa d'essere una specie di salmodia e declamazione accentata, ma è parte integra dell'azione drammatica e vive e palpita.

La sua orchestrazione è più ricca e caratteristica e specialmente più espressiva di quella degli Italiani contemporanei; il ballo non è semplicemente danza ma fa parte dell'azione; il coro infine viene innalzato a personaggio e gli vien data l'importanza che avea nella tragedia greca. Nell'Alceste abbiamo il primo esempio d'un'ouverture, che fa presentire l'opera che segue e ne è vera parte.

«Gluck, scrive Wagner, non fu certo il primo a scrivere arie espressive. Ma egli diventò il punto di partenza per un cambiamento completo nel valore dei fattori dell'opera, giacchè egli volle di proposito che l'espressione dell'aria e del recitativo corrispondesse al testo. Gluck volle consciamente tanto nel recitativo declamato quanto nell'aria cantata, pur mantenendo queste forme e non dimenticandosi del contenuto essenzialmente musicale, che il pensiero espresso dal testo venisse tradotto più fedelmente che possibile dalla musica e specialmente che l'accento declamatorio del verso non venisse trascurato per l'espressione musicale. Egli volle sopratutto parlare musicalmente una lingua giusta ed intelligibile».

Tutto ciò in sè non era nulla di nuovo ma nuova e rara fu solamente la ferrea conseguenza colla quale Gluck tenne fermo a questi principî, che nella loro estrinsecazione hanno qualche cosa di rigido ed ascetico. Gluck, come succede al mondo, raccolse gli allori che anche altri con lui avevano meritato e preparato e se si conoscessero meglio le opere di Iomelli, Traetta, Majo e specialmente di Hasse per quello che concerne la parte intrinseca musicale e quelle di Rameau per il recitativo si arriverebbe forse ad altri risultati.

La riforma fu del resto preparata come vedemmo dagli enciclopedisti francesi e noi troviamo le stesse idee di Gluck nel Saggio sopra l'opera in musica del Conte Algarotti (1757). Nè si dovrebbe dimenticare, che Gluck s'è formato intieramente alla scuola italiana e che è l'opera italiana che egli riformò. Soltanto dopo, egli che aveva in sè degli elementi germanici e che studiò la musica francese e specialmente la declamazione, cercò di innalzarsi all'arte internazionale, musique propre à toutes les nations come egli scrive. Gluck, più giusto dei suoi contemporanei e posteri, non disconobbe il genio di Piccinni ed altri, ed in una lettera scritta al Mercurio di Parigi rivendica il primo onore del nuovo indirizzo al suo poeta Calzabigi. Costui aveva saputo, sebbene inferiore ai due poeti prediletti dai musicisti, Apostolo Zeno e Metastasio, sceverare dall'azione drammatica tutte le lungaggini inutili, solo buone ad aggiungere un numero sproporzionato di arie e duetti, accrescendo così l'interesse e sostituendo all'amore, soggetto quasi perenne delle arie, anche altre passioni umane. La riforma del libretto si fermò però a mezza strada, perchè vi rimasero tutte le arie, che sono sosta nell'azione e perciò contro la verità drammatica.

Le opere di Gluck che hanno qualche cosa della precisione e nitidezza degli antichi bassorilievi, hanno molti punti di confronto colle tragedie greche. Grandezza, semplicità, chiarezza ed oggettività, una certa rigidezza sono proprio d'ambedue. Tutti i lenocini della forma e dell'effetto vi sono schivati e mancano gli effetti passionali come li sentiamo noi. Ciò ci toglie il punto di vero contatto tanto colle tragedie greche che colle opere di Gluck. Noi ammiriamo ma restiamo internamente freddi nè ciò si cambierà, non esistendo quella corrente fra autore ed uditore, che è necessaria perchè un'opera d'arte possa veramente interessarci e scuoterci. Perciò non è da credere ad una vera rinascita delle opere di Gluck, tante volte tentata, essendo la loro musica ormai troppo lontana dalla nostra umanità.

L'influsso esercitato da Gluck sulla musica drammatica non fu tale quale poteva attendersi e se i suoi immediati successori, influenzati dalle sue teorie e mossi dal suo esempio, cercarono di raggiungere la verità drammatica, ciò nonostante dopo non molti anni le tradizioni di Gluck erano pressochè dimenticate. Parigi restò tuttavia, come per Gluck, la meta a cui tendevano i musicisti drammatici e la moderna grande opera seria, iniziata da lui, ebbe la sua culla in quella metropoli, quantunque fossero quasi sempre stranieri quelli che in essa dovevano eccellere e segnare una traccia nella storia del dramma musicale.

L'influenza di Gluck è palese in Etienne Mehul (1763-1817) che ci lasciò nel suo Giuseppe ed i suoi fratelli (1807), un capolavoro di nobile semplicità e naturalezza. Maggiore di lui ed a ragione annoverato fra i sommi fu Luigi Cherubini, fiorentino (1760), scolaro di Sarti, che dopo essersi provato con fortuna nella sua patria in più opere, venne in Francia, vi si stabilì e vi giunse in gran fama. Egli morì nel 1842 dopo aver diretto per venti anni il Conservatorio di Parigi.

Cherubini, italiano di nascita e naturalizzato francese, ha per il suo ideale artistico somiglianza coi grandi maestri tedeschi. Il suo genio è di natura riflessiva; le sue melodie non hanno la vera impronta nazionale italiana ma tengono piuttosto del carattere istrumentale, come pure pari a quella dei più grandi geni di Germania sono la sua sapienza teoretica, l'arte delle combinazioni armoniche ed orchestrali, l'assoluta padronanza della forma, la grande perfezione e la purezza del suo stile, mentre la declamazione ed il ritmo sono accentuati ed in ciò si avvicinano al carattere francese. Forse appunto per questo le opere di Cherubini rimasero pressochè sconosciute in Italia e neppure il tentativo recente di far risuscitare la Medea si può dir riuscito.