Haydn stesso scrisse pure una quantità di simili Singspiele oggi dimenticati e Salieri non isdegnò pure deporre il coturno col suo Spazzacamino. Anche Bastien et Bastienne di Mozart ed il Ratto del Serraglio appartengono in molti riguardi a questo genere. Ma se la riforma tentata dall'operetta tedesca non ebbe vero successo e restò senza o quasi senza conseguenze nell'arte, tanto maggiori furono quelle che trassero con sè le innovazioni di Gluck sullo scorcio del secolo XVIII.
Cristoforo Willibaldo Gluck nacque ai 2 luglio 1714 a Weidenwang nel Palatinato superiore. Istruito nella musica da oscuri maestri, venne nel 1736 a Vienna, dove il conte Melzi, ammirandone il talento, lo prese a proteggere e lo condusse seco a Milano per affidarlo al celebre musicista Sammartini. Frutto di questi studi fu un'opera, Artaserse, che fu data con successo nel 1741 a Milano. A questa fecero seguito molte altre, date pure con esito felice. Nel 1746 ritornò in Germania e si stabilì a Vienna, dove con molte interruzioni, rimase fino alla morte seguita ai 15 novembre 1797.
Le opere di Gluck anteriori all'Orfeo ad eccezione del Telemaco, che mostra ormai i germi della riforma posteriore, non si distinguono punto dalle opere italiane dell'epoca e certo non per queste egli vivrebbe nella memoria dei posteri. Anzi molte delle italiane le superano sia per fattura sia per ispirazione e facilità melodica, nè molto grandi furono i suoi successi in Italia come lo prova la canzone che si cantava nel 1763 a Bologna:
Doman el part el Cluch
E el va per Triest
Ch'al vaga ben prest
Perchè al è un gran mamaluch.
Fu solamente a quasi cinquant'anni, che Gluck fornito di lunga esperienza, fortificato nei suoi propositi dal vedere gli abusi sempre maggiori, ed ancor più coadiuvato dalla fortuna di aver trovato in Raniero di Casalbigi un poeta di buon gusto, educato alla scuola tragica antica, scrisse l'Orfeo e Euridice (1762), quantunque anche in quest'opera la verità drammatica non sia tanto osservata come nelle posteriori, anzi vi faccia difetto dove questa sarebbe necessaria come nella scena fra Euridice e Orfeo, in cui essa vien meno ed è sostituita da una filza d'arie e duetti quasi convenzionali.
La prima opera, colla quale Gluck entrò veramente nel nuovo agone ed in cui egli cercò mettere in pratica le sue teorie, fu l'Alceste (1767), la quale incontrò l'opposizione dei pedanti e dei cantanti. Nella prefazione a questa opera che è un vero programma, Gluck parla delle sue riforme progettate e proclama la verità drammatica come suprema legge, alla quale tutto deve venir sacrificato. La musica deve essere quasi la serva della poesia nè deve esser priva d'una «bella semplicità»; l'azione non deve venir «raffreddata con inutili ornamenti»; il concerto degli istrumenti deve «regolarsi a proporzione dell'interesse e dalla passione e non lasciare quel tagliente divario nel dialogo fra l'aria ed il recitativo, che non tronchi a controsenso il periodo nè interrompa mal a proposito la forza e il caldo dell'azione».
All'Alceste seguì Paride ed Elena, che per la debolezza della poesia e per la poca ispirazione non ebbe successo e destò ancor maggior opposizione per le espressioni usate nella prefazione a quest'opera contro i semidotti.