Questi mesi sono composti di 29 e di 30 giorni, e l'anno non è che di trecento cinquanta quattro, e per conseguenza il termine dei dodici mesi si compie undici o dodici giorni prima di quello dei dodici mesi solari. Risulta che il Ramadan, e le Pasque fanno il giro dell'anno solare, e non s'incontrano press'a poco nello stesso punto che dopo trentuno o trentadue anni solari, che compongono un anno lunare di più. Il presente anno che è il 1218 dell'Egira ha cominciato il 23 aprile del 1803 di Cristo.
Il digiuno del Ramadan è il solo di divino precetto, gli altri non sono che una pratica religiosa imitativa.
I musulmani contano nell'anno quattro mesi sacri, duranti i quali non si deve senz'esserne forzati, fare la guerra, nè privar di vita un uomo. Sono questi i mesi di moharram, d'arjal, di doulkaada e di doulhaja.
Per la preghiera Pasquale avvi fuori delle città un luogo a ciò destinato, che chiamasi El-Emsàlla, ove s'aduna tutto il popolo la mattina del primo giorno d'ogni Pasqua avanti il levare del sole.
Magnifica fu la festa dell'ultima Pasqua celebrata in Fez dal Sultano. I paschà, i keih, ed i grandi cheik alla testa di numerosi corpi di cavalleria vennero da tutte le provincie dell'impero per felicitare il Sultano, e rimasero quasi tutti accampati fuori della città.
Nel luogo dell'Esmàlla, si formò un recinto di forma quadrata, chiuso da tre lati da una tela di cinque a sei braccia d'altezza, e press'a poco della lunghezza di circa sessanta piedi da ogni banda, con entro una tribuna pel predicatore. Noi eravamo entro questo recinto in numero di circa seicento, e tutta la popolazione di Fez, ed i fedeli venuti dalle provincie, stavano al di fuori in numero di altre dugento cinquanta mille persone. All'arrivo del Sultano incominciò la preghiera. Ogni volta che per i movimenti dei rikat l'Imano ed il Mudden pronunciavano l'esclamazione Allàhou aki bàr! Dio grandissimo! questa veniva ripetuta da un infinito numero di Mudden sparsi tra la folla fino ad una grandissima distanza: ed a tale grido si vedevano prostrarsi innanzi alla divinità dugento cinquanta mille persone aventi il sovrano alla loro testa, e per tempio l'intera natura: spettacolo veramente augusto, che non si può vedere senz'essere profondamente commossi.
Dopo la preghiera un fakih del Sultano salì sulla tribuna, pronunciò un sermone, e la ceremonia si chiuse con una breve preghiera. Il Sultano sortito dal recinto, montò a cavallo, e tutta la sua corte ne imitò l'esempio. Dopo aver fatto un passeggio, durante il quale i diversi corpi delle provincie gli vennero incontro per salutarlo, si ritirò; ed in allora, ebbero cominciamento le corse dei cavalli, le scaramuccie, i colpi di fucile, le grida d'allegrezza ohe si prolungarono tre giorni nella città e nei contorni.
Rimarcabile è la maniera con cui ogni corpo salutava il Sultano. Dopo essersi disposti in linea si presentavano al Sultano coi loro lunghi fucili che si tenevano perpendicolarmente davanti colla mano destra, ed appoggiati sul pomo della sella piegavano il corpo avanti, facendo una riverenza, e gridando ad alta voce tutte le volte Allàh jebark òmor sidina! Dio benedica la vita del nostro Signore! Poi ritiravansi per lasciar luogo agli altri. Il capo di ogni truppa veniva alquanto innanzi, ed avvicinandosi al Sultano, lo salutava in particolare, facevasi conoscere, e faceva segno alla sua gente di avanzarsi e di ritirarsi.
A poca distanza dal Sultano erano molte compagnie della sua guardia a cavallo con un infinito numero di stendardi, ed una banda di tamburri rauchi, e di cornamuse assai discordi. Marciavano presso al Sultano i grandi ufficiali ed alcuni servitori a piedi; e due di questi stavano sempre ai fianchi del suo cavallo con un fazzoletto di seta in mano per scacciare le mosche.
Tra i musulmani non trovansi preti propriamente detti. Quelli che assistono alle moschee non hanno altra marca distintiva che possa farli conoscere, nè alcun carattere che gli dispensi dalle obbligazioni di cittadino: hanno mogli, travagliano e pagano le imposte; in una parola, l'ordine sacerdotale, che negli altri culti forma nello stato una classe separata, non esiste presso i musulmani. Qui gli uomini sono in ogni casa eguali in faccia al Creatore; i templi non hanno luoghi riservati, nè posti privilegiati. La virtù o il vizio sono i soli mezzi che avvicinano o allontanano l'uomo dalla Divinità.