Risiedono a Sovèra alcuni vice-consoli e negozianti di diverse nazioni Europee, che vi formano come una colonia resa numerosa dai negozianti Giudei del paese. Questi vi godono maggiore libertà che in tutt'altro luogo dell'impero, fino a poter vestire all'europea, e vivere come gli altri negozianti stranieri. Sono perciò più ricchi degli Ebrei delle altre città; ma di tratto in tratto pagano questi vantaggi con terribili avanie.

Ne' dieci giorni che rimasi a Sovèra il tempo fu sempre variabile; ma potei farvi esatte osservazioni, che mi diedero la latitudine di 31° 32′ 40″ al N., e la longitudine O. di 11° 55′ 45″ dell'osservatorio di Parigi.

In questi dieci giorni i tre pascià ch'erano qui colle loro truppe mi diedero lo spettacolo delle corse dei cavalli, e delle scaramuccie, nelle quali rappresentavano i loro combattimenti coll'esercizio delle armi a fuoco, consumando molta polvere, e facendo molto fracasso. Un giorno mi condussero nel palazzo del Sultano, posto nelle montagne in mezzo ad una foresta, ove mi fu dato un magnifico pranzo. Tornando alla città avevamo intorno più di mille uomini a cavallo che facevano delle corse e delle scaramuccie. Si visitò un palazzo che il Sultano Sidi Mohamed aveva fatto fabbricare in una pianura di sabbia. Dopo averne osservato l'interno, vidi, nell'atto che si usciva, una camera chiusa: ordinai di aprirla, ed entratovi dentro col pascià, trovammo un falcone, ch'eravisi senza dubbio introdotto per un buco; lo feci prendere e lo portai meco. Pochi istanti dopo il corteggio si pose in cammino, ed attraversammo il fiume poco profondo. Un soldato che mi era vicino scoprì un grosso pesce lungo due piedi e mezzo, ch'era stordito per il passaggio della cavalleria; lo ferì colla sua spada, e me lo presentò. Non saprei ben dire quali e quanti felici presagi, si motivarono sulla preda dell'uccello e del pesce....

Terminati questi divertimenti, cui prese parte anche il popolo di Mogador, ripresi la strada di Marocco scortato da quindici cavalieri sotto il comando di un ufficiale. In tale circostanza incominciai a far uso dell'ombrella, privilegio esclusivo del Sultano, de' suoi figli, e fratelli, e vietato a qualunque altra persona.

Rifeci il cammino praticato nella venuta; e perchè preceduto dal mio nome, tutti gli abitanti dei dovar vicini alla strada, stavano aspettandomi per complimentarmi. Gli uomini d'arme a cavallo schierati in linea erano i primi, e mi salutavano con una riverenza accompagnata dal grido Allàh iebàrk òmor Sidina, Dio benedica la vita del nostro signore, venivano appresso i vecchi, ed i fanciulli, che mi salutavano presentandomi un vaso di latte all'ordinario agro, perchè si costuma così; ed io lo assaggiavo come voleva l'usanza. Tutti mi scongiuravano a rimanere nel loro paese; le donne nascoste dietro la tenda, o dietro le grotte facevano eccheggiare i contorni colle loro acute grida d'applauso. Siccome questi saluti ripetevansi ad ogni istante, perchè gli abitanti accorrevano da luoghi assai lontani, sarebbe inutile l'avvertire ch'io non potevo accettare tutti gl'inviti. Chiedevanmi allora una preghiera; io la faceva, ed essi mi attestavano la loro riconoscenza colle corse de' cavalli, e colle salve de' loro fucili.

Quando arrivavo nel luogo destinato a passarvi la notte, dopo le medesime ceremonie, e quando io ero di già accampato, tutti i notabili della tribù, o del dovar venivano una seconda volta, preceduti dallo scheik, e dai principali abitanti, che due a due conducevano un grosso montone tenendolo per le corna, e me lo presentavano; altri recavano del couscoussou, orzo, polli, frutta ec. che consegnavano al mio maestro di casa. Io invitavo i principali a prender meco il tè; ed essi mi tenevano compagnia una mezz'ora od un'ora al più; dopo di che ritiravansi orgogliosi dell'ospitalità ch'io aveva accordata, e del grazioso accoglimento loro fatto.

La mattina nell'atto della partenza ricominciavano le corse de' cavalli, le archibugiate e le grida della femmine; e per tal modo mi ricondussi fino a Marocco il martedì 15 di maggio.

Fine del tomo primo.