Il Sultano che desiderava d'avermi vicino venne un giorno alla mia casa accompagnato da suo fratello Muley Abdsulem, da suo cugino Muley Abdelmelek, e da tutta la corte. Il Sultano arrivò alle nove ore del mattino, e si ritirò soltanto alle quattro e mezzo della sera. In questo tempo si parlò più volte del mio pellegrinaggio ma non mi rimossi dal mio proposito: due volte s'imbandì la mensa, quando arrivò il Sultano col suo seguito, e quando partì. Il Sultano che voleva convincermi del suo affetto, e della illimitata sua confidenza, mangiò una volta, prese molte volte il caffè, te e limone; scrisse e firmò dispacci sulla mia scrivania; mi trattò in ogni cosa come fratello; e finalmente, partendo, sei de' suoi domestici mi presentarono da parte sua due magnifici tappeti.
La maggior parte degli ufficiali dopo avere ricondotto il Sultano al suo appartamento, tornarono a complimentarmi ed a scongiurarmi di nuovo a non partire, facendomi le più lusinghiere predizioni sul mio destino se rimanevo. Insensibile a tante belle promesse, fissai l'epoca della mia partenza entro tredici giorni.
Giunse il tempo di dare l'ultimo addio al Sultano. Rinnovò le più calde istanze, e mi replicò le mille volte di pensar bene a quel ch'io facevo, di riflettere alle fatiche ed ai pericoli cui mi esponevo in così lungo viaggio. Nell'abbandonarlo ci abbracciammo colle lagrime agli occhi. L'udienza di congedo con Muley Abdsulem fu ancora più tenera, e fino all'ultimo mio sospiro io porterò scolpita nel mio cuore l'immagine di così caro principe.
Il Sultano mi regalò una ricchissima tenda foderata di drappo rosso, ed ornata di frangie di seta. Prima di mandarmela la fece alzare in sua presenza: allora v'entrarono dodici fackiri, recitandovi certe preghiere che dovevano assicurarmi le grazie del cielo ed una costante prosperità in tutto il viaggio. Aggiunse a questo dono alcuni otri per portar l'acqua, articolo necessario in questo viaggio.
Feci dire a Mohhàna, che si coprisse perchè dovea parlarle. Appena si fu assettata, mi recai al suo appartamento accompagnato da molta gente, e le dissi: «Mohhàna in procinto di partire per il Levante, io non vi abbandonerò se volete seguirmi; ma voi siete ugualmente in libertà di rimanervene, poichè voi sapete essere questa la prima volta ch'io vi vedo, e vi parlo.»
Ella modestamente rispose: «Io voglio seguire il mio Signore. — Pensate bene, gli replicai, a ciò che voi dite, perchè risposto che abbiate non v'è luogo a pentimento. — Mohhàna replicò; sì mio signore, io vi seguirò in qualunque parte del mondo vi portiate, e fino alla morte.» Allora rivoltomi a quelli che mi accompagnavano; «voi udite, dissi loro, ciò che dice Mohhàna, voi siete testimonj della mia risoluzione. Indi dissi a Mohhàna; voi siete una buona donna, avete dell'attaccamento per me; ed io vi proteggerò sempre. Preparatevi a partire con me. Addio.»
Feci subito fare per Mohhàna una specie di lettiera chiamata darboùcco chiuso da ogni banda, che si colloca sopra un mulo, e sopra un cammello, e che si usa in paese per le principali dame. Non si fecero per Tigmu tante ceremonie; essa poteva viaggiare avviluppata nel suo hhaïk, o bournous. Destinai a queste donne una gran tenda, ove non potevano essere vedute da alcuno. In tal modo io intrapresi il mio viaggio alla Mecca lasciando incaricato dell'amministrazione de' miei beni a Marocco Sidi Omar Bujèta pascià di quella capitale, con le opportune istruzioni.
CAPITOLO XVII.
Casa regnante a Marocco. — Genealogia. — Scheriffi. — Tattica. — Entrate del Sultano. — Sue guardie. — Sue donne. — Partenza d'Ali Bey da Fez. — Viaggio ad Ouschda.
Molti autori scrissero la storia de' Sovrani dei paesi, che formano l'attuale regno di Marocco. Tra le composte da' Scrittori Europei, quella del sig. Schénier incaricato d'affari del re di Francia presso l'imperatore di Marocco, mi sembra la più pregievole.