La tattica de' Marocchini è sempre la stessa in tutte le battaglie. Consiste nell'avvicinarsi alla distanza press'a poco di cinquecento passi dal nemico. Colà giunti dispiegansi con un subito movimento cercando di presentare la più estesa fronte possibile; indi corrono a tutto potere imbracciando il fucile. Giunti a mezzo tiro fanno il loro colpo: fermando allora il cavallo tutt'ad un tratto, ritiransi colla medesima celerità con cui avanzarono. Ricaricano il fucile correndo, e se il nemico si ritira, continuano il fuoco guadagnando terreno. Ma se l'azione si fa calda, e si viene a far uso della spada, in quale imbarrazzo non devono trovarsi questi combattenti, i quali senz'alcun ordine, sono costretti di tenere colla sinistra la briglia, ed un lungo fucile, e la spada colla mano destra! In questa circostanza collocano essi il fucile sopra l'arcione della sella, ed in allora ogni uomo occupa una fronte più estesa che quella di due, e rimane isolato, e senza appoggio ai fianchi. Quale sarebbe in allora l'effetto di una linea di battaglia europea sopra tali ranghi di truppe! Per tale motivo appunto il soldato moro non s'impegna che sforzato, a battersi colla spada; riponendo la sua superiorità nella velocità dell'attacco, della ritirata, e nella destrezza del maneggio del fucile.

Le entrate del Sultano di Marocco si valutano venticinque milioni di franchi. Avendo pochi impiegati, i quali non hanno altro appuntamento che i prodotti eventuali, ed alcune gratificazioni che ben poche volte sono loro accordate; non avendo bisogno di mantenere un'armata, perchè nel caso di guerra ogni Mussulmano è soldato per religione; la maggior parte di questo danaro va a seppelirsi nel tesoro di Marocco, di Fez, e principalmente di Mequinez.

La guardia del Sultano, che si vuole di circa dieci mille uomini è la sola truppa che venga mantenuta anche in tempo di pace: è questa in parte composta di schiavi negri comperati dal Sultano, o ricevuti in dono, o in pagamento; oppure figli di soldati negri. L'altra parte è formata di mori tolti dalle tribù Oudaïas. Queste truppe rimangono di fazione nelle provincie dell'impero, ed un grosso corpo segue sempre il Sultano. I soldati quasi tutti a cavallo hanno il nome di el bokhari, che presero, quasi mettendosi sotto la protezione dell'imam espositore di questo nome, la di cui dottrina è addottata a Marocco.

Quantunque Muley Solimano viva senza splendore, la spesa della sua casa è per altro ragguardevole per cagione delle moltissime sue donne e figliuoli. Egli non può avere più di quattro mogli legittime, oltre le concubine; ma egli suole ripudiarle frequentemente per prenderne delle altre. Le ripudiate vengono relegate a Taffilet, accordando loro una pensione per il mantenimento. Ho veduto più volte gli abitanti presentargli le loro figliuole, che in conseguenza entravano nell'harem sotto nome di serventi, e che avendo la fortuna di piacere al Sovrano, vengono poi sollevate al rango di sue mogli, per essere poscia a vicenda ripudiate. Nè Muley Solimano si fa scrupulo d'avere nello stesso tempo due sorelle per mogli, quantunque i dottori non riguardino quest'azione di buon occhio, come ne pure quella di bever vino la notte nell'harem; cose proibite dalla legge.

Il Sultano è del resto sobrio, e mangia colle dita come gli altri arabi; pure quando m'invitava a pranzo con lui, mi faceva portare un cucchiajo di legno, perchè la legge non permette l'uso de' preziosi metalli nel vassellame; e per questo motivo i suoi piatti e la tavola sono affatto simili a quelli dei suoi sudditi. Egli non mangia che le vivande cucinate nell'harem dalle sue negre. A casa mia per altro mangiò cibi preparati da' miei cuochi.

Io tenni andando a Fez la medesima strada che avevo fatto venendo a Marocco. Benchè non fossi pienamente ristabilito in salute, non ommisi nel mio viaggio di fare alcune osservazioni astronomiche, che confermarono le precedenti; sgraziatamente però non ero ancora capace di sostenere un lavoro continuato.

Ne' primi giorni dopo il mio arrivo a Fez ebbi una disputa col pascià; egli pretendeva che in conseguenza d'essermi congedato dal Sultano per andare in Algeri, avrei dovuto partire entro otto o dieci giorni; e mi preparò pure gli oggetti necessarj al mio trasporto, e la scorta che doveva accompagnarmi, ma io mi dichiarai in termini positivi, che non poteva ancora partire, e rimasi a Fez un mese e mezzo. Poco prima ch'io partissi Muley Abdsulem venne a Fez, mi portò una commendatizia del Sultano per il Dey di Tunisi, ed un'altra per il pascià di Tarabba o di Tripoli: Muley Abdsulem me ne diede una sua per il Dey d'Algeri, cui per alcune considerazioni politiche il Sultano non aveva voluto scrivere.

Avendo finalmente fissato il giorno della mia partenza da Fez, mi congedai da Muley Abdsulem, e dai miei amici con maggior rincrescimento che la prima volta, perchè vedevanmi intraprendere un viaggio azzardoso, e temevano di non più vedermi.

La mattina del giovedì 30 maggio 1805 sortj a nove ore e tre quarti di casa coi miei amici che mi accompagnarono prima alla moschea di Muley Edris, indi per un tratto di strada fino all'istante in cui li congedai. La mia casa, le strade, la moschea, e l'uscita della città erano affollate di gente, che da ogni banda cercava d'avvicinarmisi per toccarmi, per chiedermi una preghiera, ec. Dirigendomi al N. giunsi a mezzogiorno nel mio campo di già stabilito al di là del ponte sulla riva destra del Sebou, fiume assai considerabile, che scorre all'ouest.

Venerdì 31 Maggio.