A tale notizia le mie genti si sbigottirono, fuorchè due rinnegati Spagnuoli, che mi seguirono da Fez, e che in questa difficile circostanza mi si presentarono, dicendomi; «Signore se voi ce lo permettete noi vi seguiremo, e divideremo la vostra sorte». Fissai loro gli occhi in volto, e conoscendoli coraggiosi, gli ordinai di prendere le armi affinchè uno mi tenesse compagnia, e l'altro rimanesse coi miei equipaggi.
M'incamminai per sortire accompagnato da uno schiavo fedele detto Salem, e dal mio rinnegato, ma trovai chiusa la porta delle mura, e circa quaranta o cinquanta de' principali abitanti determinati di vietarmene l'uscita.
Io li scongiurai di lasciarmi sortire; ma mi risposero tutti ad un tratto, alcuni colle ragioni, altri colle grida. Io instai, essi resistettero. Finalmente rivolgendomi al capo, presi una delle pistole appese all'arcione della mia sella, e con un tuono tra l'amichevole, ed il minaccioso, gli dissi: «Schek Solimano, noi abbiamo cominciato bene, ma credo che la voglia finir male. Aprite la porta.» Allora Schek Solimano aprì la porta, dicendo agli altri: «poichè egli vuol perire, lasciatelo andare.»
Sortj seguito dal mio schiavo e dal rinnegato, e presi la strada delle montagne di Boanani. Poco dopo la mia partenza vidi avanzarsi a briglia sciolta gli stessi abitanti, che venivano per scortarmi: mi s'avvicinarono scusandosi della loro opposizione, che non aveva avuto altro scopo, dicevan essi, che il loro attaccamento alla mia persona, ed il timore di qualche sventura.
Fummo assai ben accolti da Boanani. Si diede premura d'invitarci a pranzo, e ci trattò lautamente, ma trovava sempre mille ostacoli per condurmi solo a Tlemsen. Finalmente vinto dalle mie persuasioni e da quelle di Schek Solimano che in quest'occasione mi servì assai bene, convenne di accordarsi con il Schek d'un'altra tribù chiamata Benisnouz. Quest'ultimo doveva aspettarmi colla sua gente a mezza strada per scortarmi fino a Tlemsen, ed il Boanani incaricavasi di condurmi fino a lui.
Due giorni dopo Boanani venne a dirmi di star pronto per partire all'indomani. Giunse infatti con circa cento uomini, e sortimmo subito da Ouschda. Quando eravamo solamente distanti una mezza lega ci vennero dietro a briglia sciolta due soldati del Sultano, gridando di fermarmi. Erano seguiti da un corpo di truppa comandato da un ufficiale superiore della guardia chiamato El Kaïd Dlaïmì. Egli mi disse che il Sultano avendo saputo ch'io era ritenuto ad Ouschda l'aveva spedito per proteggermi, e per difendermi in caso di bisogno.
Gli risposi che la rivoluzione d'Algeri e di Tlèmsen, ed il brigandaggio de' rivoltosi essendo le sole cagioni della mia dimora ad Ouschda, io potevo proseguire senza pericolo il viaggio, perchè il pericolo era passato, tanto più che mi trovavo scortato dalle tribù dei boananis e dei benisnouz.
Malgrado le mie rappresentanze Dlaïmi mi disse, che in vista dell'attuale stato di cose, egli non poteva accondiscendere alla mia partenza finchè non ricevesse nuovi ordini dal Sultano. Fui perciò costretto di tornare ad Ouschda, e di scrivere al Sultano. Questi appena ricevuta la mia lettera, mi spedì due altri ufficiali di scorta con ordine di condurmi, dicevano essi, a Tanger, ove potermi imbarcare per il Levante. Tale disposizione Sovrana mi forzò a sortire d'Ouschda con tutta la mia gente ed i miei equipaggi il giorno 3 agosto alle nove ore della sera. Ero accompagnato dai due ufficiali, e da trenta oudaïas, o guardie del corpo del Sultano. Io lasciai ad Ouschda il Kaïd Dlaïnci, ed il rimanente della sua truppa.
Partj così tardi a cagione che Dlaïnci aveva ricevuto avviso che quattrocento Arabi armati aspettavanmi sulla strada. Fui però obbligato di lasciare la città segretamente, e senza sapere quale direzione dovessi tenere fino all'istante della partenza, in cui Dlaïnci l'indicò ai miei conduttori. Lasciando da banda il cammino frequentato, attraversammo i campi verso il S. entrando assai avanti nel deserto. La notte era assai tenebrosa, ed il cielo tutto coperto.