La città è circondata da un'arena rossiccia, ch'io riguardo come una decomposizione di feldspato, con molta disposizione a conglutinarsi. La rupe alta del mezzodì è formata di strati perfettamente orizzontali, sottili assai, e vicinissimi gli uni agli altri, lo che forma un'ardesia tagliata perpendicolarmente in riva al mare. Questi strati di roccia sono formati soltanto di arena rossa di già conglutinata nella sottile tessitura d'ardesia.
La città non è affatto sprovveduta di giardini. I viveri sono buoni, e l'acqua, quantunque alquanto cruda, non è malsana.
Le fatiche sofferte nel viaggio d'Ouschda mi cagionarono una malattia di quindici giorni. Furono pure indisposti alcuni miei domestici, e le bestie da soma, alcune delle quali rimasero storpiate; ma non morì che un mulo. Feci i bagni di mare, ed approfittai dell'opportunità per arricchire la mia collezione di piante marine.
Una corvetta di Tripoli, che da più mesi era entrata nelle acque del fiume, trovavasi a Larache. Il Sultano ordinò di equipaggiarla a sue spese, destinandomi la camera di poppa per il mio viaggio in Levante. Visitai questa nave che dovea tra pochi giorni mettere alla vela per Tripoli, e feci disporre per questo lungo viaggio la camera che mi era stata destinata.
La Domenica 13 ottobre 1805, giorno fissato per la mia partenza andai la mattina a congedarmi dal pascià, che mi diede tutte le migliori dimostrazioni di stima, e di considerazione, soggiungendo, che se volevo differire il mio imbarco fino alle tre ore dopo mezzogiorno, egli avrebbe assistito alla mia partenza. Tale inchiesta era per me troppo lusinghiera per non la poter rifiutare.
Essendo i miei equipaggi già imballati e caricati a bordo, andai al porto all'ora concertata per imbarcarmi colle mie genti. Chiesi conto del Pascià, e mi fu risposto che non tarderebbe ad arrivare. Mentre veniva la scialuppa, mi trattenni alcun tempo sulla spiaggia, ove la muraglia forma un angolo rientrante, e dove trovasi un vicoletto che sbocca dall'angolo.
Arrivata la scialuppa, e non vedendo venire il Pascià, mi disponevo di andare a bordo, quando due distaccamenti di soldati si presentarono a dritta ed a sinistra, e un terzo uscì dal vicolo in fondo all'angolo. I due primi s'impadronirono bruscamente di tutte le mie genti, l'altro mi prende in mezzo, e mi comanda d'imbarcarmi solo, e di partire all'istante. Chiedo la ragione di così strano procedere; e mi viene risposto: così ordina il Sultano. Domando di parlare al Pascià, e mi vien detto, imbarcatevi. Conobbi allora apertamente la mala fede del Sultano, e del Pascià, che fino all'ultimo istante, avevano ordinato che mi fossero resi i più grandi onori dalle truppe e del popolo, mentre meditavano il colpo che doveva profondamente ferirmi, poichè io non avevo meno premura per le persone che mi erano affezionate, che per me medesimo.
M'imbarcai nella scialuppa col cuore lacerato dalle grida di alcune persone della mia famiglia desolate da così subita separazione. Scesi il fiume divorato dalla rabbia e dalla disperazione finchè si giunse al passaggio della barra, ove i violenti colpi dell'onda mi sconvolgevano lo stomaco; lo che mi fu salutare, essendomi scaricato di un'enorne quantità di bile: ma spossato da così violenti scosse morali e fisiche, arrivai quasi privo di sensi alla corvetta che stava ancorata a poca distanza dalla barra. Mi trasportarono nella mia camera, e coricaronmi a letto.
In tal modo uscii dall'impero di Marocco. Sopprimo tutte le riflessioni che qui sarebbero inopportune. Forse avranno luogo in altra opera.