I venti d'E. ci obbligarono a restare tre giorni in quel porto della costa orientale dell'isola Sapienza. Due esatte osservazioni fatte in terra mi diedero la latitudine settentrionale di 36° 46′ 37″.
In questo frattempo si approvisionò la nave di viveri presi a Modone, come pure d'acqua piovana raccolta nell'isola.
Nell'ultimo giorno entrarono in porto una grande ourca Russa armata, ed un altro bastimento procedente da Napoli e da Corfù, i quali portavano ufficiali e soldati Russi sulle coste del Mar Nero.
Vennero a visitarmi un general maggiore ed alcuni ufficiali. Il generale parvemi un buon uomo; era vestito di nero, con una piccola berretta di cuojo in capo dello stesso colore, ed una corona composta d'una dozzina di grani grossi come una noce che teneva in mano. Gli ufficiali avevano tutti presa l'aria e le maniere inglesi. Erano accompagnati da un Greco, chiamato Costantino Ipsilanti, nipote del famoso principe di tal nome. Questo giovane che aveva servito in qualità d'ufficiale nelle guardie vallone di Spagna, mi parve un dizionario poliglotto ambulante, perciocchè parlava e faceva versi in dieci o dodici lingue. Io l'udii parlare inglese, francese, spagnuolo, italiano assai bene: sgraziatamente per altro con tante cognizioni e talenti, le sue idee erano frequentemente confuse.
Poichè si ritirarono, io mandai loro un piccolo regalo di latte, e di rinfreschi, cui corrisposero con una scarica generale dell'artiglieria dei due bastimenti. Ipsilanti mi spedì i seguenti versi:
«Volerà di lido in lido
La tua gloria vincitrice,
E d'oblio trionfatrice
La tua fama viverà.
«E non solo in questi boschi