— Dovrò consegnare il mio romanzo innanzi tutto e forse non giungerò mai a finirlo. Conta su altri ospiti, non contare su di me.

— Quando ci rivedremo?

— Chi sa? Forse mai più.

Erano giunti passo passo nella grande anticamera deserta, dove alcune statue greche e un basso sarcofago di porfido si specchiavano nella lucentezza del pavimento veneziano, e Gustavo Ardenzi accarezzava il piede calzato di coturno d'una baccante, senza guardare l'amica che impallidiva alle sue parole crudeli.

— Ti aspetterò domani tutto il giorno, — ella sospirò a guisa di commiato.

— Forse inutilmente, — le rispose l'amico con un ultimo freddo sguardo, e richiuse adagio il battente, ritornò nel suo studio, s'abbattè sulla poltrona, trasse un lungo sospiro iroso, quindi si raccolse a meditare.

Era stato duro, era stato malvagio, ma non se ne rammaricava nè se ne pentiva. Quella donna lo amava: glie ne aveva dato prove sicure, eppure egli provava un acre, egoistico piacere nel ferirla così, senza ragione, nel pungerla di sospetti infondati e di accuse ingiuste, sfogando su di lei, docile e innamorata, i suoi nervi troppo vibranti di intellettuale raffinato e insodisfatto.

Ora lo irritava quella sua partenza per la villeggiatura mentre egli se ne rimaneva solo a lottare col suo assillante lavoro letterario che lo deludeva e lo inaspriva. E s'era compiaciuto, forse soverchiamente, di quella sua voce così tremante e supplichevole nell'ultimo saluto.

Tanto se n'era compiaciuto che gli pareva quasi di non amarla più, di sentirla già estranea al suo cuore e indifferente al suo desiderio d'amante.

Che cosa contava finalmente quella donna nella sua vita? E se anche l'avesse lasciata? Non ne esistevano al mondo tante altre più belle, più intelligenti, più appassionate?