— Io non so nulla. So soltanto che tu te ne vai e mi lasci qui a spremermi il cervello arido sulle pagine di questo romanzo che non mi riesce di condurre a termine, sebbene il mio editore lo reclami per la fine del mese. Tutto mi mancherà con la tua partenza. Anche il conforto del tuo sorriso, del tuo sguardo e dei tuoi baci che mi aiutavano a ritrovare me stesso nelle soste di questo faticoso lavoro. Ma non mi sorprendo. Voialtre donne non sapete amare, non sapete abbandonarvi all'onda travolgente di una passione, nel divino oblìo di tutto e di tutti. Per una metà vi concedete, e per l'altra metà rimanete attaccate tenacemente ai piccoli doveri della famiglia, della casa, della mondanità, alle stupide esigenze della vostra vita ristretta.

— Gustavo, te ne prego, non parlare così aspramente. Mi fai troppo, troppo male. Ricordati almeno che ti offersi un giorno di lasciare tutto quanto mi legava e di fuggire con te. Non hai voluto. Sono pronta a farlo domani, oggi stesso, se me lo chiedi.

— Io non ti chiedo nulla. Vattene pure in villeggiatura, e divertiti e godi. Io rimango a soffrire in silenzio e in solitudine. Il mio dolore ti parlerà forse un giorno per mezzo di queste creature fittizie che escono con pena dal mio cervello tormentato. Addio.

Lo scrittore s'alzò dalla poltrona in cui giaceva sdraiato con gli occhi al soffitto e tese le due mani alla giovine signora sgomenta che s'appoggiava col dorso incontro al piano del largo tavolo da lavoro sparso di carte in disordine.

Ella gli premette invece sulla spalla le sue piccole palme inguantate e lo fissò negli occhi lungamente.

— Mi mandi via a questo modo, con un saluto così amaro e così gelido?

Egli si strinse nelle spalle e non rispose.

— Verrai domani a dirmi ancora una parola buona prima ch'io parta?

— Non so....

— Verrai a passare alcuni giorni od alcune settimane lassù in villa, presso quel lago che ti piaceva tanto, un tempo?