— Eccovi la spiegazione, — risposi porgendogli la carta denunziatrice. — Ella mi ha incaricata di consegnarvi queste pagine e di chiedervi una lettera che la signorina Frida Wok le ha scritto dalla Svizzera e che dev'essere giunta a voi per errore.
Tranesi non ritirò i fogli ch'io gli tendevo, ma si frugò in tutte le tasche sollevando con stupore le sopracciglia nella fronte già un po' calva.
— Ma sì, la cosa è abbastanza curiosa ed altrettanto oscura. Mi giunsero stamane allo stabilimento, naturalmente col visto della censura, tre o quattro pagine affettuose che quella buona ragazza, ora nostra nemica, scrisse evidentemente per mia moglie. Eppure l'indirizzo è tracciato con chiarezza e quella donnina dai capelli rossi sembrava tutt'altro che sbadata. Lo sbadato sono piuttosto io che non riesco nemmeno a ricordarmi il suo nome. Forse perchè io la chiamavo quasi sempre per ischerzo l'ussero della morte. Rammentate ancora?
— Rammento.
— Non so davvero spiegarmi la causa di questo sbaglio e sarei lietissimo se voi m'illuminaste.
Aveva finalmente rinvenuto in fondo ad una tasca della sottoveste i foglietti gualciti e me li porgeva ridendo e rievocando:
— Era forse un nome un po' funebre, ma stava bene a quel bel pezzo di tedesca sempre tutta in nero col teschio d'oro come ornamento. E inoltre sembrava quasi una profezia. Chi l'avrebbe mai detto in quei tempi d'alleanza che ci saremmo così presto voltati incontro reciprocamente i cannoni? Ma veramente non riesco a comprendere che cosa significhi questo scambio di lettere.
— Se permettete ve lo spiegherò io, — insinuai con un sorriso leggermente schernitore.
Il marito della mia amica mi considerò un momento non senza qualche trepidazione, poi mi s'inchinò con cerimoniosa disinvoltura:
— Davvero? Ve ne sarò molto riconoscente.