— Ebbene, — egli confessò con finta semplicità, — fra dieci giorni prendo moglie.

Ottavia tornò a chinare il viso sulle viole e tacque per un lungo momento.

Quando lo sollevò, esso rassomigliava stranamente al ritratto a pastello nel colore sfatto delle gote e delle labbra, nell'ombra che riempiva l'incavo degli occhi. Sulla bocca pallida si disegnava lo stesso sorriso di prima, ma quasi contorto in una piega amara.

— Davvero? — ella disse con un piccolo sussulto delle spalle.

— Sì, — susurrò Altavilla, prendendole i polsi. — Ecco la notizia che non avevo il coraggio di darti. Essa non è poi così spaventevole come pareva. Non è vero?

— Difatti.... — ella mormorò ambiguamente, guardando i propri polsi ch'egli stringeva fra le sue dita, quasi perchè ella non gli sfuggisse.

— Difatti — il giovine ripetè. — Questo non muterà nulla di ciò che è stato e di ciò che è fra di noi. Io sposo mia cugina, la solita cugina imposta dalla volontà dei cari genitori ai soliti figlioli docili, tranquilli e morigerati come me. Mia cugina è giovane, ricca e non ha nulla di particolarmente ripugnante perchè io rifiuti la sua mano.

— E tu, naturalmente, non la rifiuti — ella concluse, scotendo il capo più volte, quasi per convincere lui e se stessa di questa inoppugnabile verità.

— È evidente — ammise il giovane, alzando lentamente le spalle, come a soppesarvi la lievità del giogo a cui esse si assoggettavano con tanta docile calma.

— Nemmeno se, accettando la mano di tua cugina, tu dovessi perdermi per sempre?