La marchesa Saveria, che teneva chiusi gli occhi in un leggero assopimento, sobbalzò destandosi, all'abbaiare furioso del cane; chiamò la cameriera, che dormiva tutta vestita su un piccolo divano dietro la porta e le ordinò con voce agitata:

— Va' a vedere; c'è qualcuno. Qualcuno è entrato nel giardino. Scendi subito.

— Ma no, signora, — mormorò la donna, ancora assonnata, reprimendo uno sbadiglio. — Il cane abbaia a tutti i passanti. Ecco. Ha già cessato.

Ma le rispose un ululato più forte e l'inferma si agitò più affannata nel suo letto, mentre l'indolente cameriera si sporgeva dalla finestra.

— Ecco, vedo luce nel casino del giardiniere. Devono aver picchiato alla sua porta e chiamato qualcuno. Adesso sapremo di che si tratta.

— Scimunita! — le gridò la marchesa, tremante d'ira. — Torna ad accucciarti là dietro e dormi, poichè non sai far altro.

Ma essa discese ad aprire la porticina al giardiniere, che la chiamava sommessamente dal basso e attutiva la voce e i passi per non impressionare la padrona. Tuttavia questa, con l'udito finissimo dei malati, l'intese e gli impose di salire, di portare egli stesso l'ambasciata.

— Ho un biglietto per lei, signora marchesa. Mi è stato consegnato ora attraverso il cancello da un giovine che non conosco, alto, pallido, avvolto in un mantello.

Ella si sollevò sui guanciali, afferrò il suo occhialino cerchiato d'oro e decifrò a fatica le poche parole a lapis, le quali dicevano laconicamente: “Non spaventarti, cara nonna. Sono Jacopo, e approfitto del solo momento che ho per darti un saluto„.

Donna Saveria incominciò a tremare per tutte le membra ed a battere i denti nel volto atterrito come se le si fosse annunziato un fantasma. Non poteva parlare, ma abbassò ripetutamente il capo rivolta al giardiniere per significargli d'introdurre il notturno visitatore, quindi attese immobile sui guanciali volgendo alla porta il volto più pallido e più floscio dove gli archi neri dei sopraccigli s'appuntivano verso la fronte in un'ansietà paurosa e interrogativa al tempo stesso.