Lo vide sparire dietro la portiera di damasco giallo e allora soltanto s'abbandonò tutta sul divano, e chiuse gli occhi in un'espressione di spasimo disperato.
— Addio, addio, addio, — gemette tra aridi singhiozzi, torcendosi sotto la violenza dello strazio, premendosi sul cuore dolente le mani rattratte. — Addio, addio.
Poi balzò in piedi e si guardò attorno smarritamente, come per salutare un'ultima volta le cose familiari che sapevano il suo amore, che lo avevano per tanto tempo accolto e tutelato benigne.
Il ritratto a pastello le ricambiò il suo sguardo accorato, la fissò con quegli occhi immensi e profondi che rassomigliavano ai suoi, ch'erano i suoi, parve dirle con taciturna angoscia: — E io resterò qui sola mentre tu andrai lontano. Quest'altra te stessa rimarrà qui, vedrà forse un amore che non sarà più il tuo, assisterà a una gioia e a un dolore che ti saranno ignoti, soffrirà dell'inganno e del tradimento e non potrà non guardare, non potrà chiudere i suoi occhi immensi e profondi. Dovrà vedere, sapere e sarai tu che vedrai e saprai.
Allora Ottavia Dimauro salì sul divano giallo, sciolse il cordone d'oro che assicurava alla parete il quadro e lo discese cautamente, cautamente lo depose a terra, sul tappeto persiano.
Il cristallo terso e sottile che proteggeva la figura scintillò sotto la luce intensa delle lampade ed ella posò il piede su quegli occhi che la guardavano ancora, ve lo premette con tutto il suo peso, con tutta la sua forza. Il vetro cedette scricchiolando, le fenditure s'allargarono in forma di raggi sino alla cornice, e la donna s'inginocchiò, ne tolse un primo frammento lungo e acuminato come un pugnale, poi un secondo e un terzo. Scoperse i colori tenui e sfatti del pastello, mise a nudo l'intero ritratto già gualcito e già martoriato dal suo piede, liberò dalla loro trasparente custodia quegli occhi che la guardavano ancora, interrogando.
Ma non si fermò nella sua opera di distruzione. Strappò dalla cornice il cartoncino ovale segnato dalla mano del grande maestro morto e con le dita convulse, tuttora inginocchiata sul tappeto, ella lo lacerò in due, in quattro, in innumerevoli lembi e li disperse al suolo, con un piacere acre, con un sorriso di blanda follia diffuso sul volto, col petto e le tempia pulsanti di un battito febbrile.
Quindi s'alzò, sedette sfinita sul divano e contemplò quella rovina con un senso di commiserazione così profonda per se medesima e per il suo amore che un'onda di pianto le salì dal cuore straziato.
Ma quando sollevò le mani per ricoprirsene il volto e premersi le palpebre brucianti di lacrime, s'avvide che le sue dita sanguinavano, ferite dai frammenti acuminati del cristallo, s'avvide che sui chiari disegni del tappeto, sul broccato giallo del divano, sulla vestaglia di seta violacea erano cadute le stille intensamente vermiglie del suo sangue, come tanti piccoli segni visibili della sua sofferenza, come le stigmate palesi del suo dolore.
E con una struggente malinconia ella pensò che queste vi sarebbero rimaste.