Riccardo era partito la vigilia per una città di provincia dove discuteva una causa d'affari ed ella non esitò. Acconsentire al desiderio del vicino poteva sembrare un semplice e doveroso atto di pietà verso un infermo. Si vestì di scuro, discese con le ginocchia malferme e la schiena percorsa da brividi di gelo ed entrò nella stanza buia dove il marchese Licandri agonizzava solo.
Ne uscì a sera tarda, quand'ebbe chiusi con le sue dita gli occhi del morto e accesi due ceri ai piedi del piccolo letto di ferro dov'egli giaceva.
Ella visse i giorni che seguirono in una trepidazione angosciosa, in un'ansietà fremebonda e quando, dopo una settimana, Riccardo tornò, le trovò una faccia così pallida e due occhi così febbrili che se ne commosse.
— Se io fossi un marito presuntuoso direi che tu hai sofferto della mia assenza, — le osservò accarezzandole il mento, come si fa coi bimbi riottosi. Poi guardò l'orologio, infilò il soprabito e si diresse al suo ufficio, percorrendo quasi di corsa le scale e canterellando un motivo d'operetta.
Ma trascorse alcune ore egli rincasò e si precipitò con un viso stravolto nella camera di sua moglie. Nora distesa fra molti cuscini sul suo divano basso alla Récamier lo vide entrare senza muoversi, senza batter ciglio, poichè ella sapeva, poichè ella aspettava!
— M'hanno dato in questo momento una notizia inverosimile. Ho visto una carta che deve essere falsa, — le mormorò cupo, afferrandola a una spalla e attese ch'ella gli si volgesse stupita a interrogarlo.
Ma Nora taceva con la ruga profonda scavata fra i sopraccigli congiunti.
— Tu sai, dunque, tu sai che quel vecchio sordido ha lasciato un testamento in tutta regola col quale ti nomina sua erede universale?
— So, — confermò Nora chinando il capo.