Ella, a testa china, di sotto il suo velo arabescato, di sotto alle ciocche dei suoi capelli, gli lanciò uno sguardo furtivo, balenante di curiosità, mordendosi il labbro quasi in un trattenuto sorriso.
L'uomo si levò di nuovo il cappello e rimase così, appoggiato allo stipite della sua porta aperta come ad un invito, rimase a contemplarla dalla soglia della sua casa misteriosa dove nessuno era entrato mai, finchè ella non ebbe percorso l'atrio deserto che risuonò sotto il tacchettio dei suoi tacchi parigini, finchè ella non fu scomparsa nell'arco verde del viale.
Passarono gli anni. Il vasto casamento moderno che rifugiava sotto il suo tetto immenso tanta diversa umanità, mutò e rimutò più volte i suoi ospiti, oscurò di polvere grigia i colori smaglianti delle sue vetrate, ingiallì con la patina del tempo la bianca vernice delle sue pareti, vide entrare coppie di sposi impazienti dopo le nozze, vide uscire neonati vocianti portati al battesimo, vide andarsene morti taciturni, nelle chiuse bare coperte di drappi neri.
Ma non ostante il tempo che tutto cambia e molto distrugge, qualcuno rimaneva ancora dopo anni e anni a vivere entro le stesse stanze la sua esistenza consueta, dietro una delle porte allineate sui pianerottoli, sulle quali la targhetta di metallo col nome inciso in nero sembrava il numero d'ordine cucito sul berretto del detenuto.
L'uomo tinto abitava sempre nel suo buio alloggetto del pianterreno, la coppia Dellaris non aveva abbandonato il suo chiaro appartamento dell'ultimo piano. Ma il nome del vecchio marchese ricchissimo e avarissimo non tornava più nei loro discorsi. Lo guardavano ormai dall'alta terrazza uscire e rientrare, lo vedevano passare e ripassare nero, curvo e sfuggente sotto i loro occhi, senza interesse e senza curiosità, figura ormai sbiadita, profilo comune nel piccolo cerchio del loro orizzonte quotidiano.
Talvolta Riccardo, il marito, gli dirigeva ancora nei giorni d'umor gaio qualche innocua ingiuria o qualche allegro motteggio sperduto tra il fumo della sua sigaretta, ma Nora pareva non udire e non rispondeva. Ella s'era leggermente ingrassata pur conservando sempre la bella linea elegante d'un tempo. Le rimaneva tuttavia in fondo allo sguardo, sotto la ruga profonda che univa i due sopraccigli, quella sua luce torbida d'inquietudine che gli anni avevano fatta più intensa e più fosca.
Quando si trovava sola con sè stessa ella pareva torturarsi nell'attesa dubbiosa di qualche avvenimento, che mutasse la sua vita, che la lanciasse per vie sconosciute, che vestisse di realtà una sua inconfessata speranza. E vibrava tutta come vibra lo stelo della pianta acquatica, scossa da una corrente profonda.
Spesso Riccardo la canzonava affettuosamente per la sua sensibilità eccessiva che la faceva sobbalzare sconvolta e pallida a ogni suono improvviso e a ogni gesto inaspettato ed ella tentava di sorriderne con lui, spianava per un momento la ruga meditativa della sua fronte lanciando una risatina squillante che non oltrepassava il chiuso nodo della sua gola, ma dietro le spalle del marito gli gettava uno dei suoi sguardi obliqui dove si raccoglieva una silenziosa commiserazione, un'ironica pietà. E allorchè egli con un ultimo bacio tenero e un ultimo saluto leggiero usciva diretto al suo studio d'avvocato, Nora si chiudeva nella sua stanza, si vestiva con cura minuziosa, dava in anticamera alcuni ordini alla cameriera, quindi scendeva cauta, quasi furtiva le lunghe scale, cercando d'attutire nel passo premuto sulla pietra il ticchettio sonoro dei suoi tacchi parigini.
Ma un giorno, era una mattina piovosa e fredda di marzo e Nora s'alzava appena dal letto, le entrò in camera tutta sgomenta la figlia del portiere, una giovinetta quindicenne ch'ella quasi non conosceva, per avvertirla tremando e balbettando che il vecchio signore del pianterreno stava male, male da morire e la chiedeva con insistenza presso di sè.