Ed ella si domandava con uno scatto di sdegno quale insensato, quale incosciente, quale bruto fosse dunque costui. Ella si chiedeva che cosa fossero state la giovinezza e la maturità di quest'uomo per ridurlo nella vecchiaia a quella volontaria miseria, a quella rinunzia cercata di tutti i beni considerati necessari o invidiabili nel mondo che lo circondava. Che era dunque mai quest'uomo? Un filosofo, un pazzo, un disilluso?

Di nuovo ella si scosse e sogghignò di se medesima e del suo vaneggiare. Entrava il sole dall'alta finestra aperta sul cielo chiaro, alcune rondini guizzavano per l'azzurro con strida giulive di bimbe inseguite, un orologio non lontano suonò in cadenza squillante tre colpi. Nora rammentò che doveva uscire poco più tardi e incominciò lentamente a vestirsi. Vi pose una cura minuziosa, quasi amorosa come sempre quando s'occupava della propria persona. Infilò le lunghe calze di seta, aerea trama nera sul biancore opaco della carne, e le scarpette lucenti su cui il largo nodo si posava, come una farfalla bruna sopra un fiore notturno. E quando ebbe indossato l'abito di velluto molle appena chiuso alla cintura e il cappello stretto da cui sfuggivano alcune ciocche bionde, s'avviò verso l'uscita calzando indolentemente i guanti di camoscio bianco. In anticamera diede qualche ordine alla cameriera e si trovò sulle scale sfolgorate dal gran sole che penetrava dalle finestre a vetri colorati.

Scendeva senza affrettarsi, calcando ogni gradino, col suo passo abbandonato e pigro di donna che spesso sogna e meglio che nella vita ritrova se stessa in qualche angolo incantato della fantasia. Scendeva languidamente nella chiarità calda di quel pomeriggio d'avanzata primavera, chè le torbide meditazioni di poco prima, pur già lontane e quasi dimenticate, le avevano lasciato dentro un amaro di cose insodisfatte, un rimpianto non ben definito, ma tuttavia acre e bramoso.

Sentiva in sè l'oppressione delle sue volontà inappagate e inappagabili sotto forma di quella inquietudine oscura che quasi sempre l'accompagnava, ma che oggi non riusciva a dominare, nemmeno con l'aridità voluta dal suo scetticismo.

Quando fu in fondo alle scale e prima di percorrere l'androne che s'apriva sul viale deserto, si fermò e chinò il capo intenta ad abbottonare sul polso uno dei suoi lunghi guanti scamosciati. Ma quando sollevò lo sguardo, lo fissò dinanzi a sè pieno di meraviglia.

Il suo vicino di casa, il marchese Licandri, l'uomo tinto, percorreva l'atrio invaso dalla luce variopinta delle vetrate a colori. Si avanzava lento verso di lei, appoggiato al suo bastone di canna d'India, a brevi passi misurati e a testa alta, fissandole in volto due rotondi occhi azzurri, due pupille chiare, quasi fanciullesche nella devastazione senile del viso, e quello sguardo che non si staccava da lei e pareva al tempo stesso implorare perdono per la propria insistenza inopportuna, manifestava un'ammirazione stupita e profonda, traduceva l'adorazione muta d'un uomo che contempla una cosa bella e se ne compiace, che osserva un tesoro non suo e se ne duole.

Anche la giovine donna lo guardò e si meravigliò di non trovarlo così ributtante come lo immaginava. La povertà dell'abito, la trascuratezza disordinata della persona, la barba a chiazze nerastre che gli invadeva metà del volto le sembrarono quasi bizzarrie sdegnose di uno spirito strano che abbia in disprezzo l'umanità.

Sempre fissandola egli le passò accanto, si levò il cappello in un gesto rispettoso di saluto e le parve in quell'atto meno sinistro e meno brutto, con l'alta fronte scoperta e i capelli buttati all'indietro. Portava un colletto molle arrovesciato sopra una cravatta nera e svolazzante, una redingote sciupata e d'antico taglio, scarpe di grosso cuoio su cui ricadevano i pantaloni troppo lunghi. Così magro, giallastro e dimesso pareva un vecchio professore a riposo, o un vecchio artista deluso e affamato. Poteva forse anche sembrare una persona rispettabile senza quell'incerto colore di nero-fumo che gli si diffondeva intorno alle orecchie e alla nuca e rappresentava per lui una lontana illusione della giovinezza da tanto tempo perduta: strana contradizione, stonatura grottesca con quella sua figura meschina d'usuraio, con quella sua anima avida d'avaro.

Esisteva dunque in quell'uomo, oltre al tenace amore per il denaro, anche il bisogno di dissimulare la sua vecchiaia, indizio confuso ma certo d'un sopravvivere d'aspirazioni o di desideri in contrasto con l'egoistica linea di vita che egli pareva seguire.

Passò oltre, salì i pochi gradini che lo conducevano al suo alloggio, un piccolo appartamento a terreno che s'apriva sul pianerottolo semibuio. Trasse dalla tasca una chiave, aprì adagio la porta dissimulata nell'ombra e si rivolse un'ultima volta ad ammirare la bella signora bionda, tuttora ferma nella gran luce variopinta che scendeva dalla vetrata.