Nora Dellaris richiuse la porta alle spalle di suo marito e andò a guardarsi nel grande specchio appeso sull'antica cassapanca dell'anticamera.
— Le donne belle ottengono tutto, — si ripeteva, osservando il suo volto emergente dallo sfondo in penombra. E sogghignò con amarezza a quell'altra Nora che la fissava con due occhi bui, stringendosi intorno alla persona le pieghe del suo chimono azzurro e sospirando a denti chiusi, come sospira la malinconia aspra e desiderosa.
Sapeva d'essere bella e riconosceva che ben poco le aveva concesso la sorte in omaggio alla sua bellezza. Vi pensava talvolta con una tristezza irosa la quale si placava poi a poco a poco nell'inerzia indolente che viene dalla certezza di trovarsi di fronte alle cose ineluttabili.
Ora le parole leggiere di Riccardo le risuscitavano in cuore l'antico malcontento di donna insodisfatta. E rientrò nella sua camera da letto, s'abbandonò sul lungo divano senza spalliera, alla Récamier, chiudendo gli occhi assorta in una inquieta meditazione.
La ricchezza! Ella non la possedeva. Non godeva di ciò che un poeta ha definito: quella spaventosa meraviglia che si chiama il denaro. La posizione del marito le concedeva una piccola agiatezza discreta, misurata giorno per giorno col compasso limitato della possibilità. Aveva dinanzi a sè la sicurezza di un domani sempre eguale e sempre mediocre, privo dei bei capricci e delle improvvise follie che la ricchezza consente.
Ed era giovane, poichè non contava ancora i trent'anni. Si sentiva più giovane pel desiderio di vivere e di gioire che le riempiva le vene. Amava avidamente le cose rare, magnifiche e preziose, sacre alla vanità e al lusso femminile. Le sete molli che accarezzano le carni, i profumi intensi che stordiscono come gli oppiati, i gioielli che splendono sui velluti delle vetrine come stelle su firmamenti bui. E le lucenti macchine sorvolanti sulle vie polverose, i cavalli agili lanciati al galoppo vertiginoso tra eleganti folle in attesa fremebonda, le ville sognanti dietro cancelli dorati, immerse in verzure cupe, rifugi fastosi del godimento, ove la vita sembra trascorrere come una voluttà senza fine.
Nora s'alzò con impeto dal suo divano e mosse alcuni passi per la stanza, come per scacciare da sè quelle visioni tormentose e ostinate. Un mazzolino di ciclami moriva lentamente con l'umile grazia dei fiori di selva in un vasetto di fiorazzo pesarese a vivaci colori posato sul piano della piccola scrivania. Ella lo odorò socchiudendo gli occhi, a lungo, poi staccò alcune di quelle corolle rosee e le sminuzzò fra le dita nervose.
Perchè torturarsi nella vanità irritante di quei pensieri tante volte scacciati come tentatori inutili e grotteschi? Ancora una volta ella li allontanava con molestia irosa sentendoli puerili e stolti, ma nondimeno, ritta in mezzo alla stanza, con le sopracciglia congiunte sugli occhi fissi al suolo, ella vedeva passare dinanzi a sè, come poco prima dall'alta terrazza, la figura nera di quel vecchio vicino, ricco, avaro e ritinto che le aveva forse ricondotto in cuore l'antico tormento sopito.
Perchè mai quell'uomo, che racchiudeva nei suoi scrigni quella forza stupefacente e prepotente con cui tutto si può ottenere, anche l'illusione della felicità, preferiva invece di vivere come un povero, in una solitudine umile e gretta, ostentando dinanzi al prossimo che lo scherniva quella sua persona meschina, intorno a cui aleggiava un sentor losco di mistero e d'intrigo?
Costui possedeva il mezzo prodigioso con cui ammansare le ferocie dell'umanità, con cui piegare ai suoi piedi in adorazione coloro che adesso lo deridevano e non se ne serviva nè contro di loro nè in pro di se stesso. Vegetava solo, contando il suo danaro, infagottato in vecchi abiti male odoranti, in poche stanzette buie dove nessuno entrava mai, mentre avrebbe potuto vivere in un palazzo sfarzoso, fra domestici esperti in tutte le arti del servire, fra donne esperte in tutte le arti dell'amare, godendo nei pochi anni che ancora gli restavano tutte le obliose dolcezze che quel cumulo gelido di carte racchiuse in un mobile tarlato inutilmente gli offriva.