Allorchè Giorgio Sanminiato entrò nel salotto di donna Lucilla De-Renzi sentì nell'aria qualcosa di diverso e d'insolito. Non languiva più nelle alte coppe di cristallo la bellezza morente delle rose d'autunno, erano scomparsi dalle cornici d'argento i ritratti degli amici e delle amiche, e dalla finestra aperta sul giardino entrava la luce scialba d'una giornata novembrina, non più attenuata nè ammorbidita dalle cortine di merletto.

Un dubbio lo morse al cuore. Perchè questo senso di freddo e d'abbandono? Lucilla forse....

Ma non ebbe il tempo di formulare il proprio dubbio che la sua amica gli fu alle spalle col suo passo leggero, ancora attutito dalla morbidezza dei tappeti, e lo baciò d'improvviso sulla tempia, mentre Giorgio si volgeva, l'afferrava alla vita con violenza e le parlava con impeto.

— Dimmi, Lucilla, che cosa accade? perchè questo vuoto e questo gelo?

— Parto, — ella disse ponendogli le mani sulle spalle e costringendolo a piegare verso di lei la sua faccia rabbuiata.

— Per pochi giorni — egli mormorò fissandola in fondo agli occhi, attendendo ansioso.

Ella lo lasciò d'un tratto, andò a sedere sul divano d'angolo, suonò perchè portassero il tè, accese una sigaretta, aspirò alcune boccate di fumo e finalmente disse:

— Non so. Forse per sempre.

Donna Lucilla De-Renzi era una vedova non più giovanissima la quale, trascorsi in provincia con sua madre i primi anni della vedovanza, s'era stabilita da qualche tempo a Roma, dove l'antica posizione abbastanza eminente del marito le aveva creato vaste relazioni e numerose amicizie.

Ella vi aveva però prodigato eccessivamente la propria fortuna che non era cospicua, e sua madre, che vegliava sui suoi interessi, la chiamava urgentemente a casa rifiutandole le risorse che le occorrevano per continuare la sua vita brillante alla capitale.