— Parto, — ella ripetè; — ho affari urgenti e gravi da sbrigare a casa mia e non so se potrò ancora ritornare. Ciò dipende da circostanze che mi è impossibile di prevedere per ora.
Giorgio Sanminiato ascoltava, chiuso in un silenzio cupo, battendo nervosamente il piede a terra e lasciando raffreddare la sua tazza di tè. Egli conosceva da cinque mesi quella donna, l'amava da quattro e da due settimane ne era l'amante. Soltanto da quindici giorni gli parea di essere realmente entrato nella vita con la conquista intera di quella creatura bella ed esperta, la quale concedeva finalmente all'ardore timido dei suoi vent'anni la gioia d'espandersi senza umilianti volgarità in una passione vera, in un amore fervido, ma insieme nobile ed alto per una signora, degna in tutto di questo nome.
Egli l'aveva collocata sopra l'altare della sua esaltata devozione e quando ella scendeva benigna da questo altare per passargli nei capelli le sue dita fini, chiamandolo con piccoli nomi teneri e dolcemente idioti, egli se ne meravigliava come d'un prodigio che si compisse per virtù d'amore.
Non era ancora uscito da quello stato di inebbriante e perfino dolorosa felicità che è tutto proprio delle passioni giovanili all'inizio, non conosceva ancora nè profondamente nè compiutamente la squisita persona e l'anima complicata della sua amica, che già un'avversa sorte gliela contendeva, che già le odiose esigenze della vita gliela rapivano.
— Tu sei mia. Tu m'appartieni. Devi tornare. Tornerai, — egli ripeteva da mezz'ora con un'ostinazione imbronciata e caparbia di fanciullo che la faceva sorridere. E subito dopo egli volle inginocchiarsi ai suoi piedi, supplicandola con parole d'umiltà, sollevando verso di lei il suo volto così regolare di linee e ancora un poco femmineo, dove gli occhi chiari splendevano d'appassionata speranza. — Lo sai ch'io non vivo più che per te, ch'io non ho vissuto prima di conoscerti. Perchè vuoi scacciarmi dalla tua vita, perchè vuoi dividermi da te? Se non ti è possibile di ritornare a Roma, concedimi di vederti altrove, dove tu vorrai, nella città che sceglierai tu stessa, dove ti sia più facile e meno pericoloso recarti.
Ella taceva assorta e inquieta, non sapendo se consentire alle implorazioni del giovine, incerta ella stessa se gli avesse ceduto per amore, per capriccio o per noia; per le persuasioni del suo orgoglio lusingato da quell'adorazione, o per quelle del suo egoismo di donna frivola e oziosa.
Tuttavia la possibilità d'interrompere di quando in quando la tediosa monotonia della sua vita provinciale con una giornata di segreto amore, le balenava al pensiero come una promessa non spregevole, come un'avventura abbastanza attirante per non escluderla dal suo prossimo avvenire.
— Ciò che tu mi chiedi sarà tutt'altro che facile e sempre molto arrischiato — ella rispose. — Nei piccoli centri tutto si vede e tutto si sa ed io godo laggiù una fama di donna incorrotta e incorruttibile che tengo molto a conservare intatta. Basterebbe un sospetto di questo genere per farmi chiudere in faccia tutte le porte stemmate o dorate della provincia.
— Queste sciocchezze t'importano assai più del mio amore — mormorò fosco Giorgio alzandosi e mettendosi a tamburellare con le dita sui vetri della finestra. — Tu temi più di perdere le buone grazie di qualche stupida sottoprefettessa che di perdere un'anima che t'ha dato tutta se stessa, una passione che ti ha esaltata come cosa divina.
— Non si vive d'anima, di passione e di cose divine, mio piccolo caro, — ammonì Lucilla con una voce dolcissima, e finì le sue parole in un sospiro così profondo che Giorgio tornò presso di lei, sedette sul bracciuolo del divano e le baciò una spalla. Ma ella in quel momento si alzò e gli offerse le mani in un gesto di saluto e di congedo.