POESIA.
Porto di Genova.
O Zena procace, dall'Aquasola dominatrice del mare e dei colli di Albaro e degli orti del Bisagno! Zena, gemmata di ville da Portofino ad Arenzano, sullo sfondo degli argentei uliveti o delle montagne boscose, con tanto azzurro di cielo da darlo a scialacquare a mille poeti! Zena, aperta al libeccio che da Spagna ancora spira l'alito infocato dell'arabe fanciulle nel sangue de' tuoi figli Sabazi, internali, ingauni e genuati. Zena, consolata dai ponentelli freschissimi puritani, bruna donna di Lerici, bionda etrusca di Sarzana, Janua antica, perfino le tue fortificazioni mi sembrano fascie e corone d'amore alle pendici caldissime!
Quante volte io volli sapere, più che la tua fastosa voluttà, la tua potenza! E seppi che Filippo Visconti, quando l'ebbe nelle spire della sua biscia, si credeva già signore d'Italia. Il duca d'Alba vedeva l'occupazione tua come la base ad una monarchia saldissima. Se il duca di Zenua ti avesse aunghiato per la Spagna! Il signor Le Noble scriveva a Luigi XIV: «Genova e Marsiglia unite sotto lo stendardo dei fiordiligi darebbero legge a Cadice e ai Dardanelli, terrebbero la Barberia in forzato rispetto e farebbero tremare il sultano nel suo stesso serraglio di Costantinopoli.»
Ma non so più leggere. Quando il luglio è implacabile coi suoi trenta gradi, io fuggo le morte biblioteche. Io voglio l'aria, il cielo, il mare! Io voglio amare!… Amo voi, o marinai di Zena, che storicamente ancora intarsiate nel vostro dialetto tante parole arabe, spagnuole, greche e francesi; amo voi, o vele, o chiglie, o coste rivestite di bordature, impernate, calafatate, colle fodere di rame, o alberature sorelle! Ah! so che colle vostre bestemmiacce, colle tinte sudice e coi rappezzi grossolani come quelli sulle tonache dei frati, colle corde bisunte, colla cifra fatta in catrame e la solita [ancora] GENOA, coll'odore di mare salato, voi fugate la poesia a mille miglia lontano a rimbellettarsi su qualche paio di labbra di corallo, a incipriarsi su qualche collo d'alabastro…. Ho detto la poesia? Ho sbagliato: dovevo dire la Nonna poesia: quella in cuffia, colla tabacchiera e il mazzo dei tarocchi lì sul tavolo: è titolata, sfoggia genealogia e stemmi, e nulla fa di bene se non ha le rose dell'aurora, le polite pieghe del peplo, le note della lira, il profumo dell'olimpo: cinguetta coi poeti e i professoroni ufficiali, è pettegola e si liscia. Via! di codesta donna marchesaccia siamo stufi. C'è una bella scapigliata, con grand'occhi acuti, senza rimario sotto le ascelle, senza svolazletti, la penna d'oca e l'elmo di Minerva, c'è una giovinetta che s'asside anche all'ombra delle vele, viaggia coi marinai e mangia il pane duro, conta i soldi e canta Dio e il mare. È la vera poesia. E Natura, diffondendola in ogni atomo delle cose create, non le disse mai:—Sarai aristocratica: sarai democratica,—ma le impose:—Non mentirai!
Voglio conoscere la potenza di Genova? Vado a gustare la grandiosa poesia del suo Porto.
Il molo vecchio costrutto da Marino Boccanegra nei faustissimi giorni del Comune, il nuovo d'Ansaldo di Masi, la Lanterna su cui si accesero i primi lumi nel 1316, il robusto emporio del Portofranco, i porti di sbarco, gli argini, vorrebbero ancora dieci trombe di cintrago che li proclamasse ai regni dei voli lirici, o meglio dieci portavoci di capitani che rivelassero a questo bassissimo mondo quante doble hanno fruttato, e quanti futuri dii frutteranno. Sull'immenso sfondo verdognolo azzurro nereggiano gli scafi snelli dei mille bastimenti: e sugli scafi s'inclinano i bompressi, si drizzano i bassi alberi, gli alberi di gabbia, quelli di pappafico e l'aste: le sartie s'appoggiano alle gabbie, i pennoni recano il velame arrotolato, e le corde, le puleggie delle manovre dormenti e delle correnti formano gli apparecchi altissimi dei lucrosi saltimbanchi del mare. Anch'io userò il vecchio paragone: il porto è tutto una selva nella quale i venti vogliono i loro giochetti, ed ecco le vele triangolari, le quadre, quelle che tornarono sbrandellate, il fumo dei tubi ritorti, e i tubi sbiecati. Come hanno giocato in alto mare! Lo sanno i marinai che hanno appeso quindici o venti voti al santuario di Savona, o i marinai che hanno appeso il loro sacco d'ossa ai corallumi del glauco cimitero. Nel porto si stringe la gran famiglia: le prore sono, per così dire, i volti, le poppe danno il nome di battesimo, l'alberatura di tre, di due tronconi, segna la casta e l'anima è giù nella pancia. Le barchette vanno e vengono, come i domestici, come le formiche intorno al granaio. Io vorrei dirvi il giuoco dei riflessi del cielo e del mare, le bolle delle aspergini tranquille, gli scherzi dei vermi marini sulla costa, le gradazioni. Ma non posso! Però voglio dirvi come appaiono tumide le vele tese dal vento, come imbizziscono le banderuole a fiamma e come sembri che i catenoni dell'ancore e le scalette giù giù tremolino col tremolare degli strati dell'acqua e si perdano in un serpeggiamento vano…. Ma che? Come mai si può osservare? Genova è Genova: la folla è turbinosa, l'affaccendarsi incrociantesi…. La locomotiva su un argine ripiglia fiato rapidamente ed urta i vagoni a specchiarsi in mare. Bestemmiano, inturgidendo i muscoli, i nudi facchini michelangioleschi: i carrioni con quattro, sei cavalli accodati sembrano dire:—facciamo tremare la terra, la terra è nostra:—si fischia; si urla; si inneggia.
La scena, o signori, è unica, e l'entrata gratis; vedete:—il mare, il progresso, e su il guadagno, e su ancora la poesia, e su ancora il sole che ride di tutto.
—O marinaio poeta, che hai letto nel gran libro dell'utile e nelle grandi notti sull'estensione dell'Atlantico, dimmi le tue rime.
—Cuoio, acciaio, canape, corna, indaco, cocciniglia, grano, olio, pepe, pelo di camello, tonno, salsapariglia.