E coi remi accarezzeremo il mare, e volgeremo le vele al vento, sì da farle crepitare come se baciate insistentemente, e petalo per petalo, o poeta della notte, sciuperemo i fiori della corona.
—L'amavi?
—Era la mia vita.
—Come aveva nome?
—Illusione.
L'ANCORA.
—Áncora,—gongolò il mio professore cogli occhiali d'oro—deriva da =angkyra= e =angkyra= da =agkylos= che significa uncinato. I greci non conobbero questo istrumento che dopo la guerra di Troia. Plinio ne fa inventori i Fenici, i Tirreni e Pausania menziona Mida re dei Frigi.
—L'ancora,—mi disse un fabbro nudo fino alla cintura, re d'una fucina in cui si profondava fino alle caviglie nel polverio nero, s'arroventava la gola e lagrimavano gli occhi—può pesare da 150 a 4000 chilogrammi,—e alzava un martello da venti, lasciandolo cadere su un'incudine suonante come un concerto di dieci campane.
—Ha l'anello, o cicala, il fusto, i bracci, le marre o patte, e il ceppo—mi accontentò un ingegnere navale, aprendo il suo portafogli, come chi dicesse:—ho i miei affari, non il tempo per chiacchierare.
—All'ancora maestra si dava il nome di ancora di salute: e c'è l'ancora di misericordia—mi soggiunse un marinaio segnandosi di croce.—Ma si calano colle gomene pregando Dio.