Credi: queste vedute così estese mi fanno meditare…. Che cosa è il desiderio? Che cosa è la vita? Sugli orizzonti del pensiero perchè, come su questo, tramonta un altro sole, quello della speranza?—Non so rispondere io, non sai tu: risponde il canto di una fanciulla, Ella è contenta, torna alla casetta sua, e della vita non conosce i misteri nella fortunata ignoranza.

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La fanciulla è una falciatrice di fieno. Vogliamo, o cara, copiarla sull'albo? Ella porta una gonna di cotone bleu, col busto compagno, colla camicia bianca stretta al collo con pieghe gelose: un fazzoletto rosso è allacciato sul capo con una foggia bellissima, sì da lasciare due lembi svolazzanti sulle orecchie. Non guardo punto a' suoi lineamenti: tutto è nell'espressione, e questa dice:—Ho la contentezza del cuore.—E fa tanto piacere discorrere con essa! Perchè la fanciulla non è ritrosa, perchè dice che ha tante mucche e tanto fieno falciato, e i fratelli e il babbo lavorano giù negli opifici del Biellese. La vita le va per benone, e lo sposo, grazie alla Madonna d'Oropa, sarà un garzonotto, bersagliere dell'Alpi.

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Le casette che vedi sui monti sono le stalle per le mucche nella stagione dei pascoli: all'inverno i pastori scendono al piano, e le lasciano ai venti e alle nevi. Le sono casine murate a sassi irregolari, coi tetti di pietra lucente, col portichetto a pilastri azzurrigni, coll'orticello verdeggiante, cinto da un muricciolo di scheggioni ammucchiati: vicino c'è sempre uno zampillo, e lì distesi sul declivo i rotoli casalinghi di tela montanara, c'è un frascato che invita ai discorsi…. Oh che discorsi! Fra il ciondolare dei campanacci e il mugghiare delle vacche, non si sa che dire:—Vogliamo assaggiare una ciotola di latte? un po' di burro fresco?

Detto, fatto: l'assicuro io, che ho visto personcine morbide, che non si sdraiano se non sul velluto, persone gravi che siedono su seggioloni d'autorità, magari nel Parlamento e nel Senato, signore e signori su un pratello o su un panchino di legno s'assettano alla meglio, e, chiacchierando colla massaia che fila e coi bimbi venditori di mazzoni d'arnica, si sentono figli anch'essi d'Adamo, e costole di Adamo, il primo fannullone o il primo contemplatore della natura. Fra le ciarle si ascoltano i nomi del santuario di Graglia e di quello d'Oropa.

Discorriamo d'Oropa.

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O meglio ancora, avviamoci. È una delle più belle passeggiate, per la strada pittoresca, e perchè la meta, celata nel seno del monte, invoglia a continuare sempre il cammino per iscoprirla. Prima del 1620 non era il caso di dire—avviamoci. Oh no! bisognava baciare i cari e la soglia della casa, poi mettersi al pellegrinaggio, per selve, per frane, per stagni, per ciglioni di precipizi. Che parolacce le sono queste? Oggidì, grazie all'abate Bertodani, si passeggia su una strada larga, liscia, ombreggiata, ad ogni tanto facendo sosta al parapetto per contemplare o una cappella, o giù la vallea col mugghiante Oropa, o la vetta su del Mucrone, oppure per cogliere una margheritina e per interrogarla. Purchè si eviti il sabbato, giorno in cui i valligiani salgono a vere processioni, e l'ora in cui passano gli omnibus fragorosi. E va, e va: il santuario si scopre solo all'ultima voltata della strada: apparisce un aggregato immenso e basso di fabbriche diverse, tutto bigio, con una cancellata a lance d'oro, sullo sfondo di un monte arsiccio. Tutti quelli che lo descrissero usarono le cifre, dicendo le misure, la fondazione, gli ampliamenti, e via: io vorrei adoperare la matita, ma non so proprio da dove incominciare, nè so metter giù le linee da ingegnere o da prospettico. Pazienza! chiudo l'albo e m'abbandono alle impressioni. Il primo cortile ha l'aria animata di un luogo di fiera: la piazza, da cui vedesi il piano del Vercellese e del Novarese, la scalea barocca piena di gente oziosa e sdraiata, la fronte dell'edificio reale colle statue dipinte e gli stemmi d'oro, i porticati dorici, tutto mi piace e mi ricorda qualche cosa di Genova: il secondo cortile colla fontana, la chiesa e i pratelli mi dà una mestizia indefinita. Oh quanta gente! E concorre da tutte le valli! Ti dirò che ascoltai un canto di litanie, triste, confidente, soavissimo, che usciva da una finestra della chiesa: e vidi ad allietar la gronda di quel luogo d'ospitalità un nuvolo di rondini, aleggianti, coll'ali azzurre. E contemplando gli archi, la fontana, la chiesa, i pratelli, ebbi un momento di dolcissima mestizia.

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